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La provocazione di Freccero: “Ranucci davanti al pubblico, uno contro tutti”

L’ex direttore Rai propone un esame di coscienza in diretta dopo l’affaire Lavitola: “Ha sbagliato a trasformare la vicenda in un solitario viaggio dell’eroe”

Carlo Freccero :"La mia reputazione? O vinco o perdo. La Ventura condurrà Pechino Express"

L’affaire Ranucci-Lavitola continua ad allargarsi e tra chat, pranzi, rapporti trasversali e ricostruzioni contrapposte finisce per mettere sotto esame non soltanto il conduttore di Report, ma un intero modo di intendere il giornalismo. Carlo Freccero prova allora a trasformare il caso in un esperimento televisivo: portare Sigfrido Ranucci davanti al pubblico, sottoporlo alle domande e consentirgli di ricostruire in diretta la vicenda che lo riguarda.

“Ranucci dovrebbe mettersi davanti al pubblico, uno contro tutti. Come faceva Maurizio Costanzo”, propone l’ex direttore di Rai 2 in un’intervista a MowMag. Una sorta di inchiesta del giornalista su se stesso, con la televisione pubblica chiamata a interrogarsi sui propri meccanismi. “È la prima cosa da fare”, il suo parere: “Se fossi direttore glielo proporrei. Davanti a un pubblico, uno contro tutti, come faceva Maurizio Costanzo. Sarebbe la prima volta che la tv si fa l’esame di coscienza in diretta”.

Una soluzione che secondo Freccero consentirebbe alla Rai di mostrarsi “contemporanea e capace di autoanalisi”. Ma l’ipotesi viene immediatamente accompagnata da una previsione pessimistica: “Se la Rai fosse contemporanea sì. Ma non lo farà”. Eppure, sostiene, “la rete pubblica se non altro dovrebbe farlo perché i media esigono un’autoanalisi”.

Il caso nato dai rapporti tra Ranucci e Lavitola, con il contorno di conversazioni, incontri e ormai celebri “vongole sgusciate”, viene letto da Freccero come lo specchio del giornalismo romano e delle sue relazioni opache: “È una vicenda che rappresenta cos’è il giornalismo oggi, fatto di lobby, amicizie, pranzi. È Roma: la città che capovolge e mescola ogni cosa”. Una capitale nella quale, per riprendere la formula di Dagospia ricordata nell’intervista, “Roma è di chi attovaglia le persone giuste”.

Se sedesse dalla parte del pubblico, Freccero partirebbe proprio da lì: “Ma perché a Roma le vongole sgusciate creano questi rapporti d’amicizia che vanno oltre la destra e la sinistra? Vuol dire che destra e sinistra sono uguali e, in definitiva, inutili?”. Domande che spostano l’attenzione dalle singole frequentazioni al sistema di rapporti che attraversa politica, giornalismo e televisione.

L’ex dirigente Rai non risparmia però Ranucci. A suo giudizio il conduttore avrebbe trasformato la vicenda in una narrazione troppo personale: “Credo che abbia sbagliato a fare della sua vicenda una sorta di solitario viaggio dell’eroe”. Un’impostazione che rischierebbe di sovrapporre il cronista alle inchieste e il personaggio al lavoro della redazione: “L’informazione non ha bisogno di star, bensì di una costante ricerca della verità sul campo. D’altronde è il modo in cui ragiona la società: premia la visibilità sui contenuti”.

È proprio la notorietà televisiva, osserva Freccero, a poter alterare la percezione di sé: “La tv fa male. La luce rossa della diretta è cancerogena, come diceva Antonio Ricci”. Il paragone è con il calcio e con quella capacità di trasformare il consenso in una sensazione di onnipotenza: “La tv ha lo stesso effetto del calcio: può farti sentire invincibile”. Nel caso Ranucci, tuttavia, la crisi potrebbe ancora diventare un’occasione per riflettere pubblicamente sul potere della televisione e sui suoi protagonisti.

Prima dell’esplosione dell’affaire, ricorda Freccero, “Report rappresentava l’ultimo reperto della tv-verità degli anni d’oro di Rai Tre”. Il riconoscimento va soprattutto alla redazione: “Conosco molti dei redattori del programma che, nel tempo e nell’anonimato, hanno portato avanti le loro inchieste alla ricerca di quella verità che giustificava il servizio pubblico”. Una sottolineatura tutt’altro che secondaria: Report non coincide soltanto con il volto del suo conduttore.

La proposta, dunque, è semplice quanto televisivamente esplosiva: accendere le telecamere, mettere Ranucci al centro dello studio e consentire al pubblico di fare le domande. Non un’altra puntata costruita sul “viaggio dell’eroe”, ma un esame pubblico sul giornalismo, sulle frequentazioni e sui rapporti di potere. Un “uno contro tutti” à la Carmelo Bene che secondo Freccero potrebbe aiutare sia Ranucci sia la Rai. Sempre che ci sia davvero voglia di rispondere.

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