Una bomba inizialmente attribuita ai nemici collezionati da Report. Una lunga indagine passata attraverso la mafia albanese, la camorra, il traffico d’armi e il Cantiere Navale Vittoria. Infine il ribaltamento più difficile da immaginare: secondo la Procura di Roma a ordinare l’attentato contro Sigfrido Ranucci è stato Valter Lavitola, l’uomo considerato un amico vero, quasi un fratello.
Lavitola ha ammesso di essere stato il mandante. Non ha però convinto il giudice quando ha sostenuto di aver agito “per il bene” dell’amico, allo scopo di fargli aumentare la scorta. Anzi, il gip considera quel movente inverosimile e indica un’altra possibile spiegazione: accrescere la popolarità del giornalista, favorirne una futura discesa in politica e ritagliarsi un ruolo da protagonista nel progetto.
A tenere insieme questa storia non sono soltanto pedinamenti, celle telefoniche e automobili noleggiate. Ci sono soprattutto messaggi, telefonate e conversazioni intercettate. Frasi che pongono l’accento sull’intensità del rapporto tra i due e spiegano perché l’inchiesta sia diventata un cortocircuito politico, giudiziario e mediatico.
2019, l’inizio del rapporto
Valter Lavitola apre il bistrot Cefalù a Monteverde nel 2018. La conoscenza tra i due risale almeno al 2019, quando Ranucci inizia a frequentare il locale in maniera assidua. Secondo il Corriere, il primo a portarlo in quel ristorante è il giornalista Guido Ruotolo. Durante una chiacchierata, l’ex direttore dell’“Avanti!” avrebbe avvertito il giornalista di un possibile tentativo di spionaggio ai suoi danni. Da quel contatto sarebbe nato un rapporto sempre più stretto, alimentato anche da vicende personali e familiari.
Nel 2021 Lavitola avrebbe organizzato un incontro tra Ranucci e Marcello Dell’Utri. Nel gennaio 2022 una fotografia ritrae il conduttore insieme a Lavitola e a Gomes Clesio Tavares, uomo di fiducia e guardaspalle dell’imprenditore. L’immagine smentisce l’idea di una conoscenza soltanto occasionale con colui che, anni dopo, sarà indicato dagli inquirenti come l’intermediario tra il presunto mandante e il commando.
La frequentazione tra Ranucci e Lavitola diventa pubblica nel 2023, quando vengono diffuse le fotografie di una cena al Cefalù. Gli scatti pubblicati da Aldo Torchiaro del Riformista ritraggono anche monsignor Gianni Fusco. Ranucci non nega e rivendica il diritto ad avere amici anche al di fuori del proprio ambiente professionale. Un legame coltivato anche negli studi Rai – registrati due accessi – e testimoniato da alcuni favori, basti pensare all’inviato di Report ospitato gratis nel B&B “Faro Gianicolense” in piena pandemia.
17 ottobre 2024, gli sfoghi e la richiesta di “Gomez”
Le chat acquisite dagli investigatori mostrano che Lavitola era diventato un confidente del giornalista. Il 17 ottobre 2024 Ranucci, interrogato via Whatsapp dall’amico sulle proprie condizioni, risponde: “In difficoltà su tutto. Ma vado avanti”. Quando Lavitola gli domanda come possa aiutarlo, il conduttore replica scherzando: “Mi dovresti prestare Gomez”. Il riferimento è proprio a Gomes Clesio Tavares. Per il gip quella battuta dimostra che Ranucci conosceva non soltanto l’uomo, ma anche il suo ruolo di factotum e guardaspalle di Lavitola. Non dimostra, naturalmente, che sapesse qualcosa di un progetto criminale ancora lontano nel tempo. Nello stesso periodo, dopo una presentazione affollata del suo libro a Foggia, Lavitola paragona gli incontri pubblici del giornalista a una sorta di prova generale elettorale. Ranucci risponde con alcune faccine divertite.
Pochi mesi dopo, il 25 gennaio 2025, il conduttore torna a scherzare sulla possibilità di farsi “prestare” Tavares mentre si sfoga contro una circolare Rai che, a suo giudizio, sarebbe stata concepita per estrometterlo dalla guida di Report. Il 26 giugno, commentando un nuovo procedimento disciplinare, scrive a Lavitola: “Li odio. Sono falsi”. L’ex editore partecipa così alla quotidianità professionale del conduttore, raccoglie le sue preoccupazioni e asseconda la rappresentazione di un giornalista accerchiato. 7 e 15 settembre 2025, l’avvertimento e il presunto sopralluogo
La difesa di Lavitola – composta dagli avvocati Sergio e Arturo Cola – sostiene che il 7 settembre 2025 l’imprenditore avrebbe avvertito Ranucci dell’esistenza di possibili attentati contro di lui. Si tratta, allo stato, della versione difensiva: non è stato chiarito da chi provenisse l’allarme né quali elementi concreti lo sostenessero. “C’è stato, infatti, un incontro il 7 settembre nel corso del quale, probabilmente, Lavitola avvisò Ranucci dei pericoli che correva in ragione di possibili attentati. Questo quindi un mese e mezzo prima dell’attentato medesimo”, le parole di Arturo Cola.
Otto giorni dopo, il 15 settembre, i telefoni di Lavitola e Tavares vengono localizzati per circa mezz’ora nella zona della villetta di Ranucci a Pomezia. L’ex editore parla di una normale visita all’amico. Gli investigatori, invece, ritengono che si sia trattato del primo sopralluogo. Quel giorno Ranucci non era in casa e non risulta che Lavitola abbia provato a contattarlo. Una seconda ricognizione sul litorale laziale sarebbe stata compiuta un mese dopo, il 10 ottobre, da Tavares insieme ad alcuni componenti del gruppo operativo.
16 ottobre 2025, l’attentato
Alle 22.17 circa una bomba rudimentale nascosta in un vaso vicino all’automobile di Ranucci esplode davanti all’abitazione del giornalista. La deflagrazione distrugge la vettura del volto di Report, danneggia gravemente quella della figlia e colpisce il cancello e il muro perimetrale. Ranucci era rientrato da poco, la figlia era passata vicino alle automobili pochi minuti prima. Nessuno rimane ferito.
Secondo la successiva ricostruzione investigativa, Antonio Passariello e Saverio Mutone sarebbero arrivati dalla Campania a bordo di una Fiat 500X noleggiata. Passariello avrebbe collocato materialmente l’esplosivo, procurato con l’intervento di Pellegrino D’Avino. Marika De Filippis avrebbe partecipato alle fasi organizzative. Gli esecutori, secondo l’accusa, sarebbero stati reclutati da Tavares su mandato di Lavitola.
Dopo l’esplosione D’Avino invia a Tavares un messaggio essenziale: “Tt ok”. La mattina successiva il camerunense raggiunge Monteverde, quartiere romano nel quale Lavitola vive e lavora. Per gli investigatori sarebbe il resoconto dell’avvenuta esecuzione. Più tardi, intercettato, Passariello si vanterà: “La bomba sono andato a mettere là! Facciamo la storia”. Il percorso dell’automobile e dei telefoni ha consentito agli investigatori di ricostruire l’azione.
Ottobre e novembre 2025, la stagione delle piste anonime
Essendo Ranucci il conduttore di Report, in un primo momento le indagini si concentrano su eventuali ritorsioni legale alle inchieste della trasmissione. La prima ipotesi porta alla mafia albanese. Circa venti ore dopo l’esplosione, ricostruisce MowMag, alla Direzione investigativa antimafia arriva una mail spedita da un indirizzo criptato. Il testo indica nel narcotrafficante Artur Shehu il mandante e collega l’attentato a una puntata di Report sui centri per migranti in Albania. La segnalazione contiene nomi, soprannomi e ruoli, ma la pista non trova conferme.
A novembre una seconda lettera anonima, questa volta indirizzata direttamente alla redazione di Report, sposta l’attenzione sul Cantiere Navale Vittoria di Adria. La missiva chiama in causa la camorra, il clan dei Casalesi, un presunto traffico di armi e un deputato della provincia di Caserta. Il riferimento viene ricondotto neanche troppo velatamente a Gimmi Cangiano, parlamentare di Fratelli d’Italia.
Il 16 novembre va in onda il servizio “Battaglia navale”, firmato da Daniele Autieri. Il giornalista aveva visitato lo stabilimento il 24 settembre, quando erano state ritrovate due mitragliatrici all’interno di alcune casse. Nei mesi successivi Report sviluppa la pista, fino alla puntata del 19 aprile scorso, mettendo in fila passaggi di denaro, società casertane e collegamenti politici. Tanto fumo, poca sostanza.
Gli accertamenti sull’acquisizione del cantiere e sulle società coinvolte hanno poi seguito un percorso autonomo. Ciò che non regge più è il collegamento tra quegli affari e la bomba contro Ranucci: la catena ricostruita dagli inquirenti porta infatti al gruppo campano, a Tavares e infine a Lavitola. Nessun elemento noto dimostra però che le lettere siano state scritte dall’ex editore o dal suo entourage e quindi non si può parlare di depistaggio.
L’insistenza sulla scorta
Nelle settimane successive all’attentato Lavitola insiste ripetutamente sulla necessità di aumentare la protezione del conduttore. Gli scrive che deve avere una seconda automobile, una staffetta e un dispositivo capace di creare attorno a lui un vero “cerchio di protezione”. Arriva persino a chiedergli il via libera per sollevare pubblicamente il caso.
Queste conversazioni sono diventate uno dei pilastri della difesa: Lavitola sostiene di aver voluto provocare un gesto dimostrativo per costringere le autorità a rafforzare la scorta. La Procura osserva però che le premure più esplicite emergono soprattutto dopo l’esplosione, mentre Ranucci era già sotto protezione ininterrottamente dal 2021.
Gennaio-giugno 2026, il progetto politico
In parallelo prende forma il progetto politico. Il 9 gennaio 2026 Lavitola scrive a Ranucci: “Puoi tranquillamente fare altri cinque anni di tv e nel 2032 ti candidi, preparando per tempo il progetto”. Nei mesi successivi l’ex editore lavora a un sondaggio per misurare la popolarità del conduttore come possibile leader del centrosinistra. Contatta giornalisti e cerca di accreditare l’esistenza di rilevazioni americane favorevoli.
Ranucci conosce il questionario e indica due punti da correggere o integrare, aggiungendo temi come l’intelligenza artificiale, l’egemonia digitale e la transizione ecologica. Ha però sempre negato di voler entrare in politica, sostenendo di aver esaminato il materiale senza condividere il progetto di Lavitola.
Le chat, comunque, sono piene di adulazioni. Lavitola gli pronostica un futuro da premier: “Tra due anni fai il presidente”. Il 2 aprile, dopo aver ricevuto un articolo sui possibili candidati alle primarie del campo largo, Ranucci commenta Schlein, Conte, Bersani e Salis con una battuta: “Cmq hai visto che nomi improbabili”. Il 19 giugno Lavitola gli chiede se sia mai stato nel corridoio dei presidenti a Palazzo Chigi. Il conduttore risponde “ancora no” e l’amico lo invita ad aspettare un anno. Il tono può essere scherzoso, ma il progetto coltivato da Lavitola è tutt’altro che vago.
Marzo-giugno 2026, il commando parla
La svolta operativa arriva attraverso il lavoro su automobili, tabulati e celle telefoniche. Il 30 marzo Massimo Giletti rivela in televisione che gli esecutori sarebbero arrivati dalla Campania e che l’esplosivo proveniva probabilmente da una cava. Gli indagati si agitano e cominciano a parlare. Antonio Passariello spiega che certi “lavori” non vengono fatti gratuitamente. In una conversazione compare il proverbio “Una mano lava l’altra e due lavano la faccia”. Pellegrino D’Avino discute con la compagna del colore della Fiat 500 utilizzata “quando siamo andati a fare il fatto”. Compaiono riferimenti anche a un misterioso “Corrado”, figura non ancora identificata con certezza.
Il 30 giugno vengono eseguite quattro misure cautelari: Passariello, Mutone e D’Avino finiscono in carcere, De Filippis ai domiciliari. I quattro sono gravemente indiziati, a vario titolo, di detenzione e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti dell’azione compiuta da più di cinque persone e delle modalità mafiose.
4 e 5 luglio 2026, la perquisizione e la telefonata di due ore
A inizio luglio compare il nome di Valter Lavitola. Il 4 luglio i carabinieri perquisiscono la sua abitazione e sequestrano telefoni, supporti informatici e manoscritti. Poco dopo l’ex editore parla a lungo con Ranucci. La conversazione dura circa due ore. I due cercano una spiegazione alternativa alla presenza di Lavitola e Tavares vicino alla villetta il 15 settembre: una deviazione stradale, un pranzo, una visita. Nessuna ipotesi, secondo gli investigatori, coincide con i dati raccolti.
Ranucci appare irritato per i sospetti contro l’amico e invita gli inquirenti a occuparsi del nome comparso nelle conversazioni del commando: “Ma andassero a cercare chi c… è questo Corrado”. Lavitola, invece, si domanda se gli arrestati possano averlo indicato: “Può essere che questi qua hanno detto che il mandante ero io”.
Il giorno seguente, parlando con l’imprenditore Giovanni Bracale, Lavitola pronuncia una frase destinata ad assumere un peso diverso dopo la confessione: “Se io mi accusassi, nessuno ci crederebbe. Domani sui giornali uscirebbe che Ranucci se l’è fatto da solo l’attentato”. In un’altra conversazione definisce il conduttore “il giornalista più potente, più vicino ai giudici” e spera che continui a difenderlo.
L’8 luglio Lavitola viene interrogato in Procura. Nega di essere il mandante e si dichiara sconcertato, ribadendo stima e amicizia nei confronti del giornalista. Ranucci continua a definirlo un amico vero e ritiene impossibile che abbia voluto fare del male a lui o alla sua famiglia.
10-12 agosto 2026, l’arresto e la confessione
Il 10 agosto Lavitola viene arrestato e portato in carcere perché accusato di essere il mandante dell’attentato. Un’ordinanza di custodia cautelare viene emessa anche nei confronti di Tavares, che si trova in Camerun ed è ancora ricercato. Per la Procura la catena è chiara: Lavitola avrebbe ideato il progetto, Tavares avrebbe reclutato il gruppo e gli esecutori campani avrebbero preparato e piazzato l’ordigno.
Il 12 agosto, nel corso di un interrogatorio durato oltre cinque ore nel carcere di Rebibbia, Lavitola cambia versione e ammette: “Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato”. Nega il movente politico e sostiene di aver incaricato Tavares di organizzare un’azione diversa: quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta. Il factotum e il commando avrebbero poi scelto autonomamente la bomba. Lavitola afferma di non essersi opposto perché anche l’esplosione avrebbe avuto un valore dimostrativo.
Il gip respinge la richiesta di domiciliari. Definisce le dichiarazioni “fumose”, “assolutamente generiche” e prive di indicazioni verificabili. Non considera credibile che Tavares, uomo di assoluta fiducia di Lavitola, abbia modificato da solo la natura dell’attentato. Rimangono inoltre il rischio di inquinamento probatorio e il pericolo di fuga.
Anche il presunto allarme che avrebbe spinto Lavitola ad agire non convince. L’imprenditore sostiene di aver saputo di un progetto dell’intelligence israeliana per uccidere Ranucci dopo il servizio sul Cantiere Vittoria, ma non indica una fonte né fornisce riscontri. Il giudice osserva inoltre che Lavitola avrebbe cercato di spingere Daniele Autieri a indagare proprio sulla pista israeliana: un comportamento contraddittorio con la volontà dichiarata di sottrarre l’amico a quel pericolo.
Il punto su Ranucci
Nel procedimento Ranucci resta la vittima dell’attentato. Non è indagato e lo stesso gip scrive che “allo stato non è emerso alcun elemento” per ritenerlo d’accordo con Lavitola. Le chat sul sondaggio, le battute sulla candidatura e la telefonata successiva alla perquisizione descrivono un rapporto molto più stretto di una semplice conoscenza. Non provano però che il conduttore conoscesse in anticipo il piano criminale.
La difesa di Lavitola ha escluso un accordo preventivo, ma ha sostenuto che Ranucci potrebbe aver intuito successivamente chi fosse il mandante. Il legale del giornalista Roberto De Vita parla apertamente di un “delirante teatro della follia” e descrive il proprio assistito come vittima dell’attentato, del tradimento di un amico e di una campagna volta a trasformarlo nel beneficiario più o meno consapevole della bomba.
La bomba è esplosa il 16 ottobre 2025. Dieci mesi dopo sappiamo chi ha ammesso di averla ordinata e chi, secondo gli investigatori, l’ha materialmente piazzata. Non sappiamo ancora perché sia stata scelta una strada tanto folle e pericolosa. Ed è proprio dentro questo vuoto che continuano a muoversi le versioni di Lavitola, le difese di Ranucci e i misteri di una vicenda nella quale l’amico, il protettore e il presunto mandante finiscono per coincidere nella stessa persona.
