La città saluta Sandro Mazzola nel cuore della sua storia. Davanti a Sant’Ambrogio, tra i mattoni rossi e le maglie nerazzurre, l’abbraccio a una leggenda dell’Inter diventa il saluto di Milano. I tifosi si sono raccolti intorno alla basilica. Sullo striscione della curva c’è tutto: «Il tuo nome resta tra le pagine della nostra storia, il tuo ricordo nel cuore della nostra curva». All’arrivo del feretro, il silenzio lascia spazio al coro «Sandro, Sandro», accompagnato dagli applausi. Dentro e fuori Sant’Ambrogio si ritrovano tanti volti della storia interista: Aristide Guarneri, Giuseppe Bergomi, Javier Zanetti, Francesco Toldo e Gianfelice Facchetti. Ma soprattutto ci sono i tifosi, arrivati per salutare una leggenda.
All’uscita del feretro, gli applausi diventano fortissimi. «Uno di noi, Sandro uno di noi» scandiscono le centinaia di persone rimaste fuori dalla basilica. Poi l’omaggio suggestivo: la formazione della Grande Inter di Helenio Herrera. Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Quando viene pronunciato quel nome, Mazzola, il popolo nerazzurro risponde con un altro applauso. Il tempo torna indietro di sessant’anni. «Ricordo quando ero al mare, avevo dieci anni, per Italia-Germania 4-3, un piccolo televisore, ci siamo innamorati di quell’Italia e del calcio. Grazie Sandro». Così Giovanni Malagò, presidente Figc, ha ricordato il campione arrivando a Sant’Ambrogio. Nell’omelia, monsignor Carlo Faccendini, abate, ha restituito a Milano il ritratto di un uomo prima ancora che di un campione. Mazzola, ha detto, è diventato un campione di umanità che lo ha reso amabile e apprezzato da tutti». Sant’Ambrogio è il luogo in cui la città può dire grazie a chi le ha dato prestigio. Dall’infanzia segnata dalla perdita del padre Valentino al rapporto con l’Inter, «che per lui è stata come una mamma». Poi i trofei, Rivera, la famiglia e la fede «fresca e genuina». «Oggi, giunti al fischio finale, consegniamo Sandro all’abbraccio del Signore», ha concluso Faccendini. Nel ricordo di Massimo Moratti, letto durante la cerimonia, c’è la gratitudine per l’eredità della Grande Inter: «Ciao Sandro, grazie per l’eredità che ci lasci, per il ricordo del tuo stile, della determinazione, caparbietà. Grazie per i gol bellissimi che ci hanno fatto gioire». E ancora: «Raggiungi i campioni della Grande Inter del cui prestigio godiamo ancora adesso».
A chiudere il cerchio è il presidente dei nerazzurri Giuseppe Marotta. «Nell’Inter ci è entrato da bambino e ha scelto di rimanerci per sempre. Aveva capito che l’appartenenza non è una catena ma una forma di libertà». Mazzola, ha ricordato il presidente nerazzurro, «fu il volto e il talento della Grande Inter che cambiò il calcio». Tre le eredità lasciate al club: «lealtà alla maglia, coraggio di trasformare il dolore in forza e umiltà del campione». «I Campioni passano, gli esempi restano. Certi uomini non finiscono, restano», ha concluso Marotta. Fuori da Sant’Ambrogio, tra le voci dei tifosi e quella formazione recitata come una preghiera laica, Sandro Mazzola resta dentro la storia dell’Inter e in Milano.
