Il mantra oramai, come sta emergendo dalle diverse inchieste, è quello di aggirare le norme sui migranti, complice anche la stretta Ue (il Patto che introduce criteri più severi è entrato in vigore poco più di due settimane fa). E ora assistiamo a un nuovo “sistema” per favorire l’immigrazione clandestina, sgominato dalla Procura di Bologna. Dopo il caso scoperto dagli investigatori di Taranto, ora è sotto le due Torri che si scova l’esistenza di un gruppo di persone dedite alle frodi al sistema del Decreto flussi per l’ingresso legale degli stranieri. Sono in tutto 8 gli indagati, tutti dello Sri Lanka tranne due cittadini italiani: per tutti sono stati disposti gli arresti domiciliari. L’ipotesi di reato da parte degli investigatori per gli indagati è di avere concorso tra loro al fine di favorire l’ingresso illegale sul territorio nazionale di decine di cittadini stranieri.
L’inchiesta è nata nel 2025 sullo slancio delle dichiarazioni di una donna cingalese che ha denunciato un connazionale: aveva chiesto un prestito di 2.000 euro destinato a sostenere la madre in patria ma l’uomo di contro aveva preteso un tasso di interesse da usura pari al 60% annuo. Nonostante la donna avesse già versato 1.925 euro, ha attivato insieme alla moglie e alla zia una serie di gravi minacce e violenze fisiche e verbali contro la vittima e le sue figlie per estorcere il denaro rimanente. Gli approfondimenti investigativi sono andati a fondo, facendo emergere il sistema fraudolento gestito proprio dal cingalese usuraio: insieme a due connazionali, infatti, gestiva una sofisticata rete criminale che utilizzava un negozio di telefonia in via Marconi a Bologna come base operativa.
Il gruppo sfruttava il meccanismo del Decreto Flussi per garantire l'ingresso in Italia di decine di stranieri, dietro il pagamento di cifre che raggiungevano diverse decine di migliaia di euro a persona.
Gli investigatori spiegano che “dietro il corrispettivo di denaro veniva offerta sia l'assistenza necessaria per entrare illegalmente varcando la frontiera, in particolare quella con i vicini Paesi balcanici, sia la garanzia dell'ingresso in modo apparentemente legale, attraverso procedure funzionali a ottenere i titoli di soggiorno, materialmente completate attraverso il ricorso a documentazione in tutto o in parte contraffatte". Dalle indagini, inoltre, sarebbero emersi anche rapporti con un “boss di Salerno”, non identificato, che si sarebbe occupato di emettere contratti di lavoro falsi per i lavoratori segnalati dagli indagati.