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Morta dopo asportazione di un neo. Medico assolto penalmente chiamato a rispondere nelle sedi civili

Per gli ermellini della Cassazione se Paolo Oneda, il dottore che aveva fatto l’intervento, avesse debitamente informato la paziente, Roberta Repetto probabilmente oggi sarebbe ancora viva

Morta dopo asportazione di un neo. Medico assolto penalmente chiamato a rispondere nelle sedi civili
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Il deposito del ricorso risale ad ottobre 2025; l’udienza si è tenuta a gennaio di quest'anno; le motivazioni sono state depositate circa un mese fa. Si tratta della querelle che ha visto contrapposta Rita Repetto (sorella di Roberta, deceduta nel settembre 2020 per un melanoma) e il dottor Paolo Oneda, il medico condannato in primo grado ma poi assolto in appello, che ha proceduto nel 2018 all'asportazione di un neo alla vittima in un centro di Borzonasca (località dell’entroterra genovese, a una quindicina di chilometri da Lavagna) senza, però, aver effettuato l'esame istologico.

La sorella della vittima, Rita Repetto, aveva presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte si è espressa, appunto, lo scorso mese di aprile annullando la sentenza impugnata limitatamente agli effetti civili, “con rinvio per nuovo giudizio al giudice civile competente per valore in grado di appello, cui rimette anche la liquidazione delle spese tra le parti per questo grado di legittimità”.

Secondo la Suprema Corte, se Roberta fosse stata informata sui rischi del melanoma, non si può escludere che avrebbe optato per cure diverse. A fare la differenza, il mancato esame istologico sul neo asportato nel 2018, che avrebbe consentito una diagnosi precoce e tempestiva del melanoma. Testualmente si legge fra le motivazioni degli ermellini, “l’esclusione del nesso causale operata dal giudice di merito in assenza di una valutazione comparativa volta a stabilire se, in presenza di un’informazione completa e di una reale possibilità di scelta terapeutica, fosse più probabile che la persona offesa avrebbe intrapreso percorsi terapeutici diversi, pur non incidendo sulla definitività dell’assoluzione penale, rende il giudice controfattuale giuridicamente erroneo nella prospettiva civilistica, con conseguente indebita preclusione dell'esame della responsabilità risarcitoria”.

Il dottor Oneda era stato assolto nel processo bis di appello a Milano. Una sentenza non impugnata dalla Procura Generale, ma dalla famiglia sì. Che, per voce della sorella di Roberta, Rita, commenta: “Anche se nessuna cifra potrà mai riportare in vita Roberta, giustizia è stata fatta.

Sono parzialmente soddisfatta perché finalmente e stato riconosciuto ciò che da anni sostengo: mia sorella non ha rifiutato la medicina tradizionale. Non sapeva di avere un melanoma”. Ora la parola ai giudici civili.

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