"Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio. Poi, dal cielo, è arrivata l’eliambulanza del servizio 'Blood on Board'. Mi hanno caricata in un istante. Nel momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro".
Lo scrive Chiara Mocchi, la professoressa di francese accoltellata da un suo alunno nella Scuola Secondaria di Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, in una lettera affidata al suo legale, avvocato Angelo Lino Murtas, in cui si rivolge in particolare a "quei donatori Avis anonimi che, senza sapere chi io fossi, mi hanno ridato la vita".
La docente ricostruisce gli istanti successivi all'aggressione a bordo dell'eliambulanza. "Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: 'Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più'. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: 'Ancora una sacca… presto, ancora una!' Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo", scrive Mocchi. "Oggi la mia gratitudine va al mio alunno 'E.', ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che Amo e che non voglio lasciare", prosegue la lettera.
"Devo la vita a molte persone: a Francesco Daminelli, responsabile del servizio 'Blood on Board', e a un equipaggio straordinario: Giuseppe Calvo, Valentina Cortinovis, Enrico Lazzarini, Simone Costa e Luca stefani. Professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai", ricorda Mocchi. "E poi c’è un pensiero che mi commuove. Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino MUrtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvando la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita".
"È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’Avis–Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: 'Una goccia di sangue può salvare una vita'.
Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia", conclude la docente che spera che chi leggerà la lettera "trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore. Di abidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, abinché possa scorrere nelle vene di chi – come me – senza quelle gocce non ci sarebbe più".