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La prof ferita al 13enne. "Pronta a riaccoglierti"

L'insegnante disposta a riprendere lo studente in classe: "Il proclama? Non è farina del suo sacco"

La prof ferita al 13enne. "Pronta a riaccoglierti"
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Il giorno in cui tornerà in classe, Chiara Mocchi non vorrebbe vedere quel banco vuoto. Anche se fino a mercoledì scorso in quel banco stava il ragazzo che ha cercato di ucciderla, filmandola mentre la colpiva ripetutamente a coltellate. «Io voglio rivedere prima possibile i miei studenti. Anche lui. Lui ha già molti problemi, e io non voglio essere un problema in più». Così la professoressa Mocci ha raccontato i suoi sentimenti verso il suo aggressore al proprio avvocato, Angelo Murtas. E allo stesso modo li ha raccontati ieri al ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, salito a trovarla nell'ospedale di Bergamo dove è ricoverata. Ferite profonde, nel corpo e nello spirito. Ma l'obiettivo della «prof» è tornare a scuola in tempo per accompagnare i suoi alunni all'esame di licenza media.

Non sarà facile: oggi Chiara Mocci non ha neanche la certezza di poter tornare a insegnare, perché la coltellata al collo potrebbe averle danneggiato gravemente le corde vocali. Dalla sua, ad aiutarla, ha la volontà e la passione. Ma se riuscirà a rientrare prima della fine dell'anno scolastico, quel banco se lo troverà davanti vuoto. Perché il suo aggressore non sarà punibile penalmente, ma il suo futuro è in una comunità protetta, dove i suoi deliri da superuomo verranno affrontati in un percorso lungo e complicato. Intanto, fuori, le indagini cercheranno di capire se qualche segnale sia stato sottovalutato, nella trasformazione di un bambino in un aspirante assassino.

«Io - ha spiegato Chiara Mocchi in questi giorni all'avvocato Mulas - ho sempre insegnato alle medie, di crisi adolescenziali ne ho viste tante, l'uscita dall'infanzia è spesso complicata. E per me anche lui era lì, ad affrontare gli stessi problemi dei suoi coetanei. Fino a sette mesi fa andava anche bene, poi ha iniziato a chiudersi, a diventare scontroso e taciturno, a litigare con i compagni. Ho cercato un dialogo, gli ho chiesto cosa faceva nel tempo libero, mi ha risposto: smonto e rimonto i telefoni. Si vedeva un disagio, ma non in forma più grave di altri. Ne ho parlato con la mamma, le ho detto: mi sembra un po' scuro. Ma mi ha risposto che era un periodo complicato, stavano traslocando e lui non era contento».

Nel suo letto d'ospedale, l'insegnante di francese ha letto l'agghiacciante proclama sulla «soluzione finale» affidato dal ragazzo ai social prima di aggredirla. «Non è lui, non è il suo linguaggio - ha spiegato la Mocci al suo legale - io credo che lui abbia steso un testo base, e che poi lo abbia fatto raffinare e ampliare dall'intelligenza artificiale, lo abbia reso articolato. E se le idee di base sono le sue, sono convinta che qualcuno gliele abbia messe in testa, non so se altri coetanei, o gente più grande. È stato indottrinato, gli hanno detto che faceva bene, di andare avanti». È la convinzione anche della famiglia, che considera impossibile che il figlio abbia imboccato senza condizionamenti esterni la china sfociata nel tentato omicidio.

«Per me - racconta la vittima all'avvocato Murtas - lui era solo un ragazzo come tutti, con i problemi di tanti». Fino a quando non se l'è trovato davanti, con in mano il coltello e il cellulare per rendere la sua morte uno spettacolo su Telegram.

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