La nobiltà volgare nelle parole di padre Dante

La nobiltà volgare nelle parole di padre Dante

Il volto severo, assorto e attento, colto di sorpresa mentre gli passa per la testa un cattivo pensiero. Dante Alighieri ha attraversato i secoli così: colpa delle immagini che la memoria orale ha tramandato e fissato sulla tela, o inevitabile segno di chi ha compiuto la fatica di rendere i morti e i vivi unico popolo. L’opera di Dante (Firenze, 1265-Ravenna, 1321) è un mistero sacro e carnale, più terrestre che celeste, anche quando la luce spazza l’ombra. È un mistero impastato di vento e terra perché misteriose e semplici sono le vie per cui raggiunge la gente, senza preferenze per gli intellettuali. La gente, qualunque mestiere faccia. I versi danteschi sono in bocca a persone «insospettabili» che ripetono da settecento anni una lingua fantasiosa, libera, colta e popolare, raggiungibile con i sensi e l’emozione, prima di tutto. E ora Dante (dallo scorso 2 settembre) raggiungerà il grande pubblico per sedici settimane consecutive, grazie alla collaborazione tra l’Istituto dell’enciclopedia italiana Treccani e il settimanale Panorama. Un evento culturale che favorisce la diffusione capillare del verbo dantesco, immortale e accessibile, perché Dante nelle case non può mancare. È un po’ come la Bibbia. I primi tre volumi saranno l’«Inferno», il «Purgatorio» e il «Paradiso» (con le note di Natalino Sapegno). Nel quarto saranno comprese le altre opere del Fiorentino, una biografia e bibliografia. Dalla fine di settembre, gli altri dodici volumi bordeaux trattano le interpretazioni della lingua e dello stile del poeta, fino ad arrivare agli altri illustri autori del Trecento. Un’operazione consistente che rafforza l’identità culturale di un Paese, divulgando ancora una volta un capolavoro della letteratura d’Occidente. La prima volta fu negli anni Settanta, quando l’Enciclopedia dantesca della biblioteca Treccani venne alla luce, preziosa, a fare bella mostra di sé nelle librerie di chi poteva permettersela. Oggi rinasce senza discriminazioni (con una presentazione di Francesco Paolo Casavola, presidente dell’Istituto Treccani) insieme a sei dvd in cui Vittorio Gassman interpreta una selezione di Canti della Commedia. E il viaggio dantesco diventa il viaggio personale di ciascuno, nella musicalità di una lingua alta e plebea che porta gli odori e i respiri della varia umanità annunciata ed esaltata anche sotto condanna. Creature vive sia nell’ombra sia in piena luce, sorrisi e lacrime veri, storia, mito e realtà contemporanea all’autore, fusi insieme. E Dante se ne va per la sua selva oscura e per gli inferi, «luogo d’ogni luce muto,/che mugghia come fa mar per tempesta/se da contrari venti è combattuto», luogo in cui «io non so ben ridir com’i v’intrai,/tant’era pien di sonno a quel punto/che la verace via abbandonai». Un mare, sì. Viaggiare con Dante è questo: imbarcarsi e amare l’acqua in qualunque condizione. Lasciarsi cullare o essere nel vortice, abbandonandosi. Per poi uscire a «riveder le stelle». Le sue parole scritte sono state dette dagli attori più grandi: Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene, Vittorio Sermonti, Carlo Cecchi, Roberto Benigni.

Sermonti (lui dice che «dentro Dante si sta come nel mare», con i suoi pericoli e delizie) leggerà i canti del «Paradiso» dal 12 settembre al 26 ottobre a Milano, nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, per completare la sua «traversata».

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