Nuova grana per Fassino, è nei guai per il business delle case ai rom

La procura di Torino ha aperto un'inchiesta sui 5 milioni spesi per dare una sistemazione ai nomadi e in parte finiti nelle tasche di un geometra, il «re della casbah»

Matteo Renzi (S) con Piero Fassino in un'immagine del 6 febbraio 2014
Matteo Renzi (S) con Piero Fassino in un'immagine del 6 febbraio 2014

Meglio avere a che fare con Matteo Renzi, col rischio di finire rottamato insieme al vecchio politburo del Pd, o rintanarsi a Torino e doversi misurare con un bel tomo specializzato nell'affittare stamberghe inabitabili a prezzi esorbitanti, sempre in bilico sul codice penale, e rischiare di prendersi prima o poi un avviso di garanzia? Chissà se Piero Fassino, sindaco di Torino, la sera prima di addormentarsi si interroga sulla scelta fatta nel 2010, quando abbandonò la politica nazionale per dedicarsi a tempo pieno alla sua città. Di certo c'è che a quattro anni dalla sua elezione a sindaco (passò in scioltezza al primo turno, con il 56% dei voti) si trova a fare i conti con una serie incalcolabile di rogne. Dove la più ingombrante è l'inchiesta della Procura sulla gestione dell'emergenza rom nel capoluogo piemontese.

È un affare da cinque milioni. Non si sono raggiunte - va detto - le vette romane, quelle di Mafia capitale. Ma anche sotto la Mole a spartirsi con la benedizione di Fassino il business della solidarietà è stata una rete di associazioni a cavallo tra la sinistra e il mondo cattolico. E i risultati sono ora al centro dell'indagine in bella vista sul tavolo del sostituto procuratore Andrea Padalino, che dovrà capire come sia stato possibile che il Comune abbia speso una montagna di milioni per spostare dei nomadi da un insediamento abusivo a un altro: via dal Lungostura Lazio, e casa per tutti in corso Vigevano, in un cupo fabbricato che ha il piccolo difetto di non essere destinato a residenza.

Bisogna stare attenti a scrivere questa storia, perché in mezzo ci sono due con la querela facile. Il primo è notoriamente Fassino. L'altro è il geometra Giorgio Molino, un signore che a Torino possiede centinaia (secondo alcuni migliaia) di case, e di cui già nel 2001 un quotidiano dalla titolazione compassata come La Stampa scriveva, parlando dello stabile di via La Salle, «nella casa dell'orrore decine di persone vivono ammassate come animali in pochi metri quadri»; e che poche settimane dopo lo stesso giornale definiva «il re della casbah»; e tra i cui beni ancora nel 2005 sempre La Stampa catalogava «i condomini della vergogna di corso Vercelli», le «case horror di corso Giulio Cesare», «le terrificanti soffitte di via La Salle», accusandolo di incassare «somme pazzesche, 400, 500, anche 600 euro per gli orribili tuguri dove sono ammassati uomini, donne, molti bambini». Insomma: anche se quando fu accusato addirittura di profittare del racket della prostituzione Molino venne assolto, è difficile immaginarlo come un benefattore del terzomondo, come l'uomo giusto cui una giunta rossa può rivolgersi per venire incontro ai bisogni dei diseredati.

E invece proprio questo è accaduto a Torino. A monte c'è una delle solite storie di accampamenti rom cresciuti negli anni a dismisura. In Lugostura Lazio alla fine erano in ottocento, forse mille, e ne accadevano di tutti i colori. Dal 1985, la Spat, proprietaria dell'area, chiedeva senza riuscirci lo sgombero dell'area. Nel 2008, esasperata, sporse denuncia in Procura, nel 2013 vennero sequestrati prima un bar e una sala giochi abusiva, poco dopo il pm Padalino chiese e ottenne il sequestro dell'intera area: ma nel giugno il suo capo di allora, il procuratore Gian Carlo Caselli, dispose la sospensione dello sgombero per motivi umanitari e di ordine pubblico. A ottobre, finalmente, cominciano gli sgomberi mentre il Comune fa partire la gara d'appalto per organizzare l'accoglienza dei rom sgomberati. E qui inizia la parte singolare della faccenda.

A vincere la gara è il consorzio «La città possibile», di cui fanno parte le onlus Strana Idea, Animazione Valdotto e Terra del Fuoco, che si spartiscono l'affare. Per capire l'orbita: l'amministratore delegato di Terra del Fuoco è Massimiliano Curto, fratello minore di Michele Curto, capogruppo di Sel in consiglio comunale. Che l'emergenza rom diventi un affare di famiglia all'interno della maggioranza che sostiene Fassino è già abbastanza curioso. Ma i guai veri iniziano quando il consorzio inizia a occuparsi in concreto della sistemazione dei rom che accettano di lasciare l'accampamento di Lungostura, liberando fette di area su cui Fassino si precipita a lanciare le ruspe per evitare che vengano rioccupate. Una parte dei nomadi accetta di tornare in patria, dietro pagamento del biglietto e garanzia di un lavoro; una parte viene sistemata qua e là; e una parte approda in corso Vigevano, lunga e disadorna arteria che va verso Barriera di Milano. Al 41 di corso Vigevano c'è un lungo fabbricato industriale, che ospita un club privé e altre attività. E lì, incredibilmente, vengono piazzati una parte dei nomadi: ben il 41 per cento, secondo un esposto del capogruppo in consiglio comunale di Fratelli d'Italia Maurizio Marrone. «Tra l'altro - scrive Marrone - la palazzina del social housing per zingari non risulta nemmeno accatastata come abitazione bensì come biblioteca ed edificio di culto, per cui dubitiamo che abbia l'agibilità abitativa». Da abusivi ad abusivi, insomma: ma stavolta a spese del Comune. E soprattutto, il consigliere Marrone fa presente che il fabbricone di corso Vigevano non è di un immobiliarista qualunque, ma di Giorgio Molino, quello che La Stampa chiamava «il re della casbah», «indagato - scrive l'esponente di Fdi - per abusi edilizi e già condannato per illeciti fiscali».

L'esposto approda in Procura, dove finisce per connessione sul tavolo del pm Padalino. Per adesso, è catalogato prudenzialmente nel modello 45, «atti non costituenti notizie di reato», ma gli accertamenti sono già cominciati. A partire da quello che per la Procura è il tema più delicato, ovvero la destinazione d'uso dello stabile di corso Vigevano: perché se le cose stanno come dice Marrone, a venirne chiamato a rispondere sarebbe anche chi in Comune doveva vigilare sulla esecuzione della gara. Ed a quel punto entrerebbe in scena il secondo e più vasto tema, quello della indagine su come sono stati spesi i soldi - 3 milioni e 600mila euro, poi lievitati a 5 milioni - assegnati dal governo a Torino per affrontare l'emergenza rom.

Insomma, una grana di cui per ora non si vede la via d'uscita, e che Fassino si ritrova a gestire in una situazione già pesante, dove ogni giorno gli porta la sua pena, in una città dove un intero pezzo di università è stato messo sotto sequestro e dichiarato inagibile perché infestato dall'amianto; dove il Moi, il villaggio olimpico realizzato per i Giochi invernali del 2006, è stato occupato abusivamente da un mix di clandestini, immigrati, antagonisti, spacciatori di droga e quant'altro, e l'ordine di sequestro chiesto e ottenuto dalla Procura non riesce a venire eseguito: e dove tra pochi giorni, il Primo maggio, il sindaco rischia di ritrovarsi di nuovo sotto il tiro delle contestazioni «da sinistra», come gli accadde il Primo maggio 2012, quando la rabbia degli antagonisti gli scatenò addosso accuse di ogni genere, compresa quella di non pagare gli stipendi alle maestre degli asili.

Lui, il sindaco, per adesso tace. Non spiega come sia stato possibile che i soldi dell'emergenza rom siano finiti in tasca a Giorgio Molino; ma non spiega nemmeno se si ricandiderà l'anno prossimo, quando scadrà il suo mandato a Palazzo di Città, o se seguendo l'esempio del collega milanese Giuliano Pisapia abbandonerà una poltrona rivelatasi più scomoda del previsto. Le previsioni più quotate dicono che alla fine Fassino dirà di sì ad un secondo mandato, soprattutto se a chiederglielo sarà Matteo Renzi, che alla gratitudine per essersi autoesiliato da Roma aggiunge nei suoi confronti qualche debito di riconoscenza per come da presidente dell'Anci, l'Associazione dei comuni italiani, ha calmierato la rabbia dei sindaci di tutta Italia contro i tagli della spending review . Ma se sceglierà davvero di restare al suo posto, il sindaco dovrà rassegnarsi a fare i conti per un bel pezzo con la grana dei rom.

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