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Nuove frontiere

La rivolta contro i data center dell’AI: tutti connessi ma nessuno li vuole

Dagli smartphone al cloud, da Netflix a ChatGPT: la nostra vita dipende da giganteschi centri di calcolo che consumano energia e acqua. Negli Usa però crescono i referendum contro la loro costruzione

Ve la immaginate una vita senza internet? A meno che non siate uno di quei naturisti che vivono nei boschi staccati da tutto che per fortuna non incontro mai (non vado nei boschi, ci andrò appena esce GTA VI). Provate a immaginare di svegliarvi una mattina e scoprire che Internet non esiste più, niente Google, niente WhatsApp, niente social, niente Netflix, niente home banking, niente Amazon, niente pornografia, niente di niente.

E vogliamo tutti i nostri dati sul cloud, perché quando si cambia un iPhone non vogliamo perdere niente, fotografie, video, documenti, conversazioni, password, neppure le cose che abbiamo dimenticato di avere (“ma guarda qui questa foto di Fuffy di sedici anni fa che non ricordavo!”), anzi soprattutto quelle, visto che ormai conserviamo ricordi che non ricordiamo più di aver vissuto (lo faccio perfino io, tutto su icloud con piano abbonamento da 2 terabyte, che i ricordi cerco di cancellarli e anche di non immaginare il futuro, anche questi sono problemi miei).

Ok, dove sta tutta questa roba? Cioè, fisicamente, dove sta? Non vorrei sconvolgere nessuno però le fotografie su iCloud non stanno in cielo, anche se si chiama cloud, e non si trovano neppure dentro il telefonino (altrimenti non si capirebbe perché possiamo distruggere un iPhone e ritrovare tutto su quello nuovo). Tutta la nostra vita degli ultimi venti anni sta in giganteschi edifici pieni di computer, collegati tra loro da reti di cavi, alimentati da una quantità considerevole di energia elettrica e raffreddati da impianti che devono funzionare continuamente.

Si chiamano data center. Eh già. Non sono comparsi con l’AI. Esistono da decenni, sono l’infrastruttura materiale di Internet, anche se abbiamo preferito chiamare tutto “nuvola”, un nome meraviglioso, sembra una poesia di Pascoli, mentre “enorme capannone industriale pieno di server che consumano elettricità ventiquattr’ore su ventiquattro” sarebbe stato meno romantico (immaginate la pubblicità Apple: tutti i vostri ricordi custoditi per sempre in un capannone nel Nevada, volete mettere con iCloud?).

Adesso però c’è un problema, perché negli Stati Uniti i data center non li vuole più nessuno. Alle elezioni del 3 novembre, in dieci Stati americani, si è votato anche su quarantuno referendum locali riguardanti la costruzione o l’espansione di queste infrastrutture, e come cantava Vasco c’è chi dice no, e non sono pochi. Nella californiana Alhambra oltre l’ottanta per cento degli elettori ha approvato il divieto di costruirne, e a Edgewater, in Florida, più del settantasette per cento. In Ohio sono passati numerosi divieti e restrizioni, altrove si chiedono moratorie, nuovi vincoli, controlli, insomma qualsiasi cosa purché i data center non vengano costruiti lì, siccome consumano elettricità, acqua, occupano territorio, possono far aumentare le bollette. Tutti problemi reali, sia chiaro, non è che le grandi aziende tecnologiche debbano poter costruire quello che vogliono dove vogliono, lasciando magari agli abitanti il conto da pagare.

Tuttavia immagino molti di questi elettori apocalittici e non integrati (per citare sempre Umberto Eco, e non integrati almeno con i circuiti integrati), dopo aver votato contro i data center, tornare a casa per accendere Netflix, controllare Instagram, caricare le fotografie su iCloud e magari chiedere a ChatGPT se l’intelligenza artificiale sia pericolosa per l’ambiente. Il quale ChatGPT, per rispondere, deve utilizzare proprio quei data center che non vogliamo più costruire.

Tra l’altro si parla dei data center come se fossero un’invenzione recente dell’intelligenza artificiale, mentre nel 2016, secondo Synergy Research Group, i grandi centri di calcolo mondiali, i cosiddetti hyperscale, erano già circa trecento, nel 2020 erano diventati 597, praticamente il doppio, e nel 2024 erano 1.136. Significa che stavano crescendo a ritmi impressionanti molto prima che ChatGPT venisse presentato al pubblico, nel novembre del 2022, e che Internet era già una gigantesca industria materiale mentre molti continuavano (e continuano ancora) a pensarla come qualcosa che fluttuava nell’ “etere” (a proposito, anche la parola “etere” resiste perfino alla propria inesistenza, visto che la fisica ha liquidato da oltre un secolo l’ipotetico mezzo attraverso cui avrebbe dovuto propagarsi la luce).

Per carità, l’intelligenza artificiale sta accelerando tutto, perché richiede un’enorme potenza di calcolo. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 i data center hanno consumato 485 terawattora di elettricità nel mondo, destinati secondo le previsioni a diventare circa 950 nel 2030, quasi il doppio, pari a circa il tre per cento della domanda elettrica mondiale. Non poco, ma neppure tutta l’elettricità del pianeta.

Il futuro? Chi può dirlo. Ci sono i catastrofisti e gli entusiasti (ancora gli apocalittici e gli integrati). Magari l’AI consumerà molto meno per ogni risposta, magari la useranno dieci volte più persone per fare cento volte più cose, magari un giorno sarà l’AI a trovare un modo per produrre energia più economica, non lo sappiamo (così come non sappiamo se e come scoppierà la bolla economica dell’AI, forse che sì forse che no).

Di fatto siamo una civiltà fondata sui data center e però ce ne lamentiamo se li vediamo, il cloud ci piace finché rimane una nuvola, finché non lo vediamo (un po’ come tutto ciò che non vediamo, come da dove viene la bistecca che abbiamo nel piatto a guerre lontane, tipo in Africa, di cui non ci interessa niente). Quando scopriamo che per tenere tutte le foto dei nostri gattini servono fondamenta, tubature, cavi, condizionatori, trasformatori elettrici, orrore. È come quelli che vogliono salvare il pianeta per le emissioni di CO2, ma l’energia nucleare no, per carità. Idem per l’AI: se vi piace parlare con Claude o ChatGPT pensateci. Quanto a me non ho nessun problema se volessero mettermi un datacenter nel giardino, a me piacciono anche esteticamente. Lo so, anche questo vale solo per me, mi leggete per questo, per sentirvi diversi ma uguali.

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