In mezzo al Transatlantico di Montecitorio il forzista Roberto Pella pronuncia la frase di rito: «A molti di noi questo voto che ha approvato la legge elettorale ha dato l’estrema unzione». Poco più in là un altro azzurro Piergiorgio Cortelazzo imita l’addio al Parlamento: «allora non ci si vede più!» Manca solo la lacrima. I fratelli d’Italia invece intonano cori trionfali. Francesco Filini è gioioso: «Anche sette deputati dell’opposizione hanno votato con noi». Mentre il ministro Foti ama strafare con le iperboli: «Con la mente tutto il Pd ha votato con noi». Ovviamente il piddino Fornaro contesta i numeri sul modello degli allenatori che perdono una partita. «L’esito era scontato, ma semmai è la maggioranza che ha visto mancare dieci voti all’appello». E visto che parliamo di partita non poteva mancare il tifo sugli spalti: sui banchi dell’opposizione si materializzano cartelli in cui lo «stabilicum» è ribattezzato «l’imbroglio».
Succede sempre così nei momenti topici. E la giornata che chiude la partita parlamentare della legge elettorale è sicuramente un momento topico: c’è chi nell’emiciclo di Montecitorio magari per colpa di questa legge non tornerà più. Ecco perché gli umori sono diversi. C’è un filo di tristezza in molti perché le vecchie regole sono sostituite dalle nuove e le nuove regole fanno sempre paura perché di norma si portano dietro nuovi deputati: è fatale. I collegi uninominali del rosatellum, specie quelli sicuri, erano una garanzia per l’elezione. Se invece confidi solo sul premio dello Stabilicum per varcare la soglia della Camera o del Senato devi vincere le elezioni.
È il dilemma che la nuova legge ha posto a leghisti e forzisti. Gira da giorni un calcolo basato sugli attuali sondaggi che assegna alla Lega in caso di sconfitta del centrodestra solo 16 deputati.
E la strana giornata in cui i destini di molti sono «sospesi» suscita le ironie del piddino Gianni Cuperlo. «È la prima volta - ride - che vedo dei capponi festeggiare il Natale. E in questa mestizia Donzelli mi è apparso tra De Gasperi, Calamandrei e Mortati. Appunto, da Mortati al mortorio». Incombe, insomma, l’atmosfera di fine legislatura. In fondo manca solo la sessione di bilancio e poi si entrerà nel vivo della campagna elettorale: ieri in un sondaggio tra «i capponi» l’80% è convinto che quest’anno il Natale arriverà tra aprile- maggio, mentre il 20% invece punta a sopravvivere fino all’autunno.
E come sempre nei finali di stagione tutti vivono di speranze. C’è chi a sinistra spera ancora che la Consulta possa cambiare lo «stabilicum», «l’imbroglio». Dario Parrini, uno degli esperti del Pd, considera i candidati «occulti» previsti dal premio e «l’obbligo ai partiti di indicare il nome del premier con sanzione per chi lo violasse» degli insulti alla Carta: «sono messi sotto scacco i principali poteri del Capo dello Stato, dalla designazione del premier allo scioglimento delle Camere». Calcoli e congetture che ricevono però una doccia fredda dalle valutazione di un esperto costituzionalista come Stefano Ceccanti. «L’attuale Consulta - spiega - ha un orientamento moderato. E pure i giudici proporzionalisti, cioè gli amanti del sistema proporzionale che ne fanno parte, non hanno l’indole combattiva necessaria per contrapporsi al Parlamento».
Così a sentir Ceccanti le possibili modifiche dei guardiani della Costituzione al massimo riguarderanno elementi non rilevanti. Solo che dove non arrivano le norme, arriva la politica. Ceccanti, ad esempio, scommette che nessuno dei due poli raggiungerà la soglia del 42% per cui nel rispetto della tradizione dei paradossi italiani la legge che dovrebbe garantire un premier e una maggioranza potrebbe sfociare in un ritorno al proporzionale: l’esito che gli inventori della legge avrebbero voluto scongiurare. Anche perché guardando l’andamento della campagne elettorali quell’esito potrebbe rivelarsi un’uscita d’emergenza per molti. «È una strada pericolosa - ammette Alfonso Colucci, consigliere del principe Giuseppe Conte - ma con un sistema tutto proporzionale noi dreneremmo più consenso».
