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Parlamento

Il santo patrono delle poltrone che non divenne mai deputato

Democristiano, è stato l’inventore del mitico manuale. L’aritmetica applicata alla politica: ciascuna corrente riceveva in proporzione a ciò che rappresentava. Andreotti inizialmente lo detestò, poi ne fece uso

Un'immagine di Massimiliano Cencelli. E' morto a Roma ieri pomeriggio Massimiliano Cencelli, aveva 90 anni. Funzionario della Democrazia Cristiana degli anni '60, divenne famoso per il manuale che prese il suo cognome, il 'Manuale Cencelli'. ANSA/PER GENTILE CONCESSIONE AMICI DELLA FAMIGLIA - QUESTA FOTO PUO' ESSERE USATA SOLO OGGI PER ILLUSTRARE LA NOTIZIA DEL TITOLO - NON E' IN VENDITA - NON SI PUO' ARCHIVIARE - E' OBBLIGATORIO CITARE IL CREDIT NELLA DIDASCALIA E LASCIARLO VISIBILE SULL'IMMAGINE - NPK -

È morto a Roma, a novant’anni, Massimiliano Cencelli, e con lui se ne va uno dei rarissimi italiani il cui cognome è diventato sostantivo, aggettivo e quasi verbo. Non fu ministro, non fu deputato, non fu nemmeno un capocorrente: fu il segretario di Adolfo Sarti, un funzionario di piazza del Gesù con una calcolatrice sulla scrivania e un faldone aggiornato sulle fibrillazioni interne della Democrazia cristiana. Eppure la Treccani registra il «cencellismo», l’Ansa lo ha citato ottocento volte, e Berlusconi, incontrandolo, gli chiese se fosse il figlio dell’autore del famoso «codice». Gianni Letta lo corresse: «Manuale, presidente, non codice». E lui poté rispondere, con la soddisfazione di un autore non più oscuro: «No, l’autore sono proprio io».

Il Manuale nacque nel 1967, al congresso Dc di Milano. La corrente dei «pontieri» di Sarti, Cossiga e Taviani ottenne il 12 per cento, e Cencelli propose una cosa di elementare buonsenso: se abbiamo il 12 per cento delle tessere, ci spetta il 12 per cento degli incarichi, come in un consiglio di amministrazione le poltrone si dividono in base alle azioni. Sarti gli disse di lavorarci su, e da allora, a ogni crisi di governo, rispondeva ai cronisti in cerca di anticipazioni: chiedetelo a Cencelli. Il metodo pesava tutto: ministeri grossissimi, grossi, piccoli, senza portafoglio, sottosegretariati, enti, territori, compensazioni. Non era poesia, era aritmetica. Ma era l’aritmetica del pluralismo: nessuno prendeva tutto, ciascuno riceveva qualcosa in proporzione a ciò che rappresentava. Provate a trovare, nella politica di oggi, una regola altrettanto chiara.

Il ragioniere

La parola lottizzazione evoca il cinismo, e Cencelli è passato alla storia come il ragioniere della spartizione. La biografia dice altro. Suo padre Armando, collaboratore di Pio XII, e sua madre Luisa nascosero durante l’occupazione nazista un bambino ebreo, Leone Terracina, e sono riconosciuti Giusti fra le Nazioni. Il figlio del Giusto avrebbe dovuto finire in Vaticano; finì invece nella politica, che allora era una cosa seria, fatta di sezioni, tessere, congressi e correnti litigiose. Il suo manuale non aboliva le ambizioni: le costringeva a fare i conti, letteralmente. Andreotti, sulle prime, lo detestava. Vincenzo La Russa, nella biografia di Fanfani (Rubbettino), racconta il 1973: mentre a Palazzo Giustiniani si cucinava il ritorno di Amintore alla segreteria, il divo Giulio pretendeva lo scioglimento «formale e sostanziale» delle correnti, l’esatto contrario della ricetta di Cencelli, che assegnava i posti «al millimetro». Poi, da quel realista che era, Andreotti cambiò idea: finì per adottarlo anche lui, come tutti. E Bruno Vespa, in Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi (Mondadori-Eri) annota che nel 1998 il manuale fu rievocato nientemeno che da Massimo D’Alema, come rimedio per tenere insieme il proprio governo: l’ultimo, ufficialmente, a invocare Cencelli fu un comunista. L’aritmetica non ha ideologia. Gli unici a non adottarlo mai furono i pm di Mani Pulite: nella distribuzione della gogna dimenticarono sistematicamente proprio i comunisti, che ancora oggi li ringraziano.

L’ultima lezione

Cencelli oscillava tra orgoglio e fastidio. Nel 2021, davanti alla squadra dei sottosegretari di Draghi, sentenziò che il suo manuale era stato applicato al cento per cento; ma aggiunse, malinconico: «Avevamo un’altra mentalità». A dicembre concesse al Giornale la sua ultima intervista, nel pieno dello stallo campano di Roberto Fico, che di manuali non sa nulla e infatti non riusciva a compitare nemmeno una giunta regionale. Raccogliendone le ultime parole, non abbiamo portato male a un grande novantenne: l’abbiamo assunto in gloria. Il suo lamento è un testamento: «Oggi come oggi, qualsiasi mio suggerimento risulterebbe assolutamente inutile». E ancora: «Questo tipo di classe dirigente e politica è decisamente molto più impreparata e inesperta di quella che governava il nostro Paese negli anni Settanta e Ottanta. Vi è una mancanza totale di cultura politica, e anche generale». Fino all’affondo del nonno della Prima Repubblica: «Qualche tempo fa sono arrivati dei ragazzi e ho scoperto, con sommo rammarico, che non sapevano nemmeno chi fosse Alcide De Gasperi. E non escludo che neppure questi rappresentanti pubblici posseggano la medesima competenza». Non chiedeva un posto. Chiedeva qualcuno capace di fare i conti.

Ecco il punto: la spartizione non è morta con la Prima Repubblica, è morta la vergogna di doverla spiegare e proporzionare. Oggi si lottizza a tutto spiano, ma senza regola, senza congressi, senza nemmeno la calcolatrice. E allora, in morte di Cencelli, ci permettiamo una proposta: tradurre il manuale in geopolitica e spedirne una copia a Trump, a Putin e a Xi. Non per assegnare i ministeri Trump ne pretenderebbe il triplo, Putin la cassaforte, Xi il tavolo e pure la sala ma per insegnare ai padroni del mondo il principio elementare che precede ogni pace: nessuno può avere il cento per cento, se non vuole che gli altri provino a prenderselo con i cannoni. Cencelli aveva un faldone e un’Italia rissosa; loro hanno arsenali e satelliti. Riposi in pace il ragioniere. Il mondo, senza qualcuno che sappia fare le divisioni, continuerà a fare le guerre.

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