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Parlamento

Il Parlamento è ancora sovrano

L’immunità del parlamentare non è un privilegio: è una prerogativa. Il privilegio appartiene a chi lo gode e chi lo gode può regalarlo; la prerogativa appartiene alla funzione, cioè a tutti noi

delmastro
Il deputato di Fratelli d'Italia, Andrea Delmastro, durante la votazione degli emendamenti al disegno di legge sul PNRR, Roma, 3 agosto 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Mercoledì la Camera ha respinto la richiesta della procura di Roma di frugare nelle chat dell’onorevole Delmastro, e intorno a quel voto è andato in scena il solito teatro: una cassaforte trascinata in aula dai grillini, i deputati di sinistra bendati come mosche cieche. Nella stessa giornata, a poche ore di distanza, l’onorevole Ziello, di scuola vannacciana, ha perfino fatto ballare un cappio in aula, per tutt’altra questione: segno che il giustizialismo da forca è un’infezione bipartisan, entra dalla finestra anche nelle case che giurano di averla chiusa. In mezzo alla sagra, la Camera ha fatto una cosa seria. Forse la più seria dell’anno.

Bisogna intendersi sulle parole, perché è lì che si annida l’inganno. L’immunità del parlamentare non è un privilegio: è una prerogativa. Il privilegio appartiene a chi lo gode e chi lo gode può regalarlo; la prerogativa appartiene alla funzione, cioè a tutti noi, e non si regala perché non è nostra da regalare. Lo spiegò Francesco Cossiga nell’estate del 2008, con la consueta delicatezza, scrivendo a Berlusconi che confondere le due cose meritava la bocciatura all’esame di diritto. Aveva ragione lui, come quasi sempre quando faceva arrabbiare tutti.

E qui sta il punto che nessuno ha raccontato. Delmastro, per mostrarsi immacolato, le sue chat le aveva già spedite via pec al procuratore Lo Voi: eccole, non ho nulla da nascondere. Gesto istintivo, comprensibile, sbagliato. Tanto sbagliato che la procura lo ha subito incassato come argomento: le chat

si possono usare, ha sostenuto, perché lo vuole lo stesso Delmastro. Ecco la trappola della rinuncia: appena tratti la garanzia come cosa tua, qualcuno la usa contro l’istituzione che dovrebbe proteggere. La Camera ha detto no alla procura e, si badi, ha detto no anche a Delmastro. Ha protetto il deputato contro la volontà del deputato. Una casta non vota contro il desiderio del proprio membro: un Parlamento sì, quando difende non un uomo ma il recinto dentro cui la magistratura deve stare, l’alveo fuori dal quale ogni fiume diventa alluvione. Enzo Tortora rinunciò all’immunità europea per farsi processare da innocente: gesto nobile, personale, e istituzionalmente errato. La difesa non appartiene al difeso.

Del resto la richiesta romana era generica al punto che, come si è detto in aula, sarebbe stata illegittima anche verso un cittadino qualunque: niente arco temporale, niente selettività, l’intero archivio di un telefono da rovesciare sul tavolo sperando che ne cada qualcosa. Il codice non ammette la pesca a strascico. Schlein ha implorato: lasciate fare ai magistrati il loro mestiere. Appunto: il mestiere. Che ha confini, come tutti i mestieri, e mercoledì qualcuno glieli ha ricordati. Perché il tema vero è politico e la sinistra lo sa benissimo: il consenso degli italiani oggi sta a destra, e chi non riesce a rovesciarlo nelle urne è tentato di rovesciarlo nelle procure, com’è già accaduto in questo Paese con esiti che paghiamo da trent’anni. Impedirlo non è fare un favore a Delmastro. È impedire che il voto torni a essere una pratica revocabile in tribunale.

E mentre ci giochiamo lo Stato di diritto, l’Europa offre il suo avanspettacolo. Cina, Stati Uniti e Russia si minacciano con missili che portano trenta, quaranta, quarantotto testate ciascuno; Italia e Spagna, potenze mediterranee, si fronteggiano lanciandosi addosso quattordici marocchini, peraltro ottimi nuotatori. Sono cinico, lo so, e chiedo scusa agli interessati che non hanno colpa: l’immigrazione clandestina è una cosa seria, persino tragica, e proprio per questo non merita di ridursi a scaramuccia da periferia dell’impero. Ma il gioco di Sánchez è vecchio come il fuoco: assediato in casa dalle inchieste che lambiscono la moglie e il fratello, cerca fuori un nemico che gli faccia da parafulmine, e l’Italia è il bersaglio comodo. Meloni ha ragione, sia chiaro, come l’ebbe Cossiga quando bisticciava con Aznar tifando spudoratamente per i baschi. Ma proprio perché la amiamo perdutamente osiamo dirle: Giorgia carissima, non scendere in cortile a rispondere alla vajassa che bercia dal balcone, non consentire che ti riducano al calibro dei capponi di Renzo, che si beccavano tra loro mentre una sola mano li portava in dono all’azzeccagarbugli.

Meglio custodire ciò che abbiamo davvero: una piccola patria dove il Parlamento, ogni tanto, si ricorda di essere sovrano. Mercoledì è successo. Non capita così spesso da potersi permettere di non accorgersene.

Vittorio Feltri

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