Il 5 agosto sarà ricordato a Taranto come il d-day: il giorno in cui l’Italia decide se dare un futuro tricolore all’acciaio dell’ex Ilva oppure no. Dopo l’incontro con i sindacati andato in scena ieri, infatti, il dossier ha subìto una forte accelerazione. Il governo ha deciso di fare dietrofront sull’ipotesi di una nuova gara, che dilaterebbe troppo i tempi di vendita, stabilendo una rapida via d’uscita: o l’Ilva va ad una cordata di imprese tricolore o si procede con il vecchio bando e, quindi, con la probabile vendita agli indiani di Jindal. Una road map che sarà definita oggi quando il governo incontrerà le associazioni di categoria, ma soprattutto gli acciaieri italiani chiamati a raccolta. A loro verrà posto un aut-aut: o decidono oggi che il dossier gli interessa, e preparano una cordata in brevissimo tempo, o il banco italiano salta.
La decisione, secondo le indiscrezioni raccolte dal Giornale, sarebbe arrivata dopo la constatazione che un nuovo bando di gara arriverebbe fuori tempo massimo in vista di due aspetti non secondari: la chiusura dell’area a caldo prescritta dal tribunale di Milano, e prevista verso la fine di ottobre, e la cassa pubblica limitata che sostiene ancora Acciaierie d’Italia e tutti i suoi dipendenti. Il riferimento specifico è alle risorse del prestito ponte autorizzato dalla Commissione europea, destinato a esaurirsi nei prossimi mesi, senza possibilità di ulteriori erogazioni.
Un nuovo bando non potrebbe espletarsi prima di fine settembre, trascinando il dossier sull’orlo di un pericoloso default. Ma andiamo con ordine. L’ipotesi italiana chiama a raccolta gli acciaieri italiani (Marcegaglia e Arvedi ma anche Acciaierie Venete, Danieli, Feralpi e Valbruna). Una loro discesa in campo in extremis sarebbe, sempre secondo indiscrezioni, favorita e accompagnata da una presenza dello Stato nella newco, una garanzia non secondaria che potrebbe smuovere le acque. Tuttavia, se l’appello cadesse nel vuoto, lo scenario cambierebbe coinvolgendo, con molte probabilità, gli indiani di Jindal. Il gruppo Flacks sarebbe infatti vicino ad abbandonare la partita. La proposta del gruppo indiano prevede l’acquisizione dell’intero perimetro aziendale (sia l’area a caldo che a freddo), 2 miliardi di investimenti complessivi e la realizzazione di un forno elettrico o carbon-free entro il 2030, garantendo l’operatività con l’importazione di bramme dall’India. Il nodo principale resta quello occupazionale poiché la proposta di Narendra Kumar Misra, Director of European Operations di Jindal Steel International, potrebbe arrivare a prevedere molti esuberi, più della metà degli occupati attuali.
Aspettando dunque una decisione sul fronte italiano, i sindacati che ieri hanno incontrato il governo «con poca soddisfazione», sono in allarme.
Nell’incontro è stato approfondito «il quadro industriale, finanziario e occupazionale», ha spiegato il ministero, specificando di aver «ascoltato le proposte delle forze sindacali» su continuità produttiva, risanamento ambientale, decarbonizzazione e tutela dell’occupazione. Ma è proprio la «mancanza di proposta da parte del governo» a venire criticata da Uliano, mentre per Davide Sperti, neo segretario della Uilm, «l’assenza del Ministro Urso e dei vertici politici al tavolo d’incontro ha ridimensionato pesantemente l’efficacia del confronto».
