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Politica economica

Reddito di cittadinanza, quei 188mila ex beneficiari “spariti” dai radar

Tra chi è passato alle nuove misure, chi ha trovato un impiego e chi non compare più negli esiti amministrativi considerati, il destino degli ex beneficiari divide economisti e politica

Il pusher girava in Porsche: "Ho il reddito di cittadinanza"

Ci sono 188 mila persone che, dopo la fine del Reddito di cittadinanza, sembrano essersi perse nel passaggio al nuovo sistema di sostegno. Il vecchio sussidio è stato definitivamente abolito dal 1° gennaio 2024, dopo una fase di superamento iniziata già nel 2023, e a quasi tre anni dall’avvio della transizione è possibile tracciare un primo bilancio. Una parte degli ex beneficiari ha trovato un lavoro, un’altra è confluita nell’Assegno di inclusione o nel Supporto per la formazione e il lavoro. Ma resta un’area opaca: circa 188mila ex percettori non emergono dagli esiti amministrativi considerati nel XXV Rapporto annuale Inps. Un dato che riapre lo scontro sugli effetti della riforma e sulla sorte di chi è rimasto ai margini delle nuove tutele.

Il nodo dei 188 mila fuori dagli esiti censiti

582 mila ex percettori avevano caratteristiche compatibili con il Supporto per la formazione e il lavoro. Di questi, circa 90 mila avrebbero ricevuto il Sfl, il Supporto per la formazione e il lavoro, ovverola misura introdotta al posto di una parte del Reddito di cittadinanza per le persone considerate occupabili, mentre 48 mila sarebbero passati all’Adi, 206 mila avrebbero trovato un’occupazione e 49 mila avrebbero avuto una domanda non accolta. Resterebbero quindi circa 188 mila persone non riconducibili agli esiti indicati. Il dato non consente però di stabilire automaticamente che siano disoccupate, prive di sostegno o impiegate in nero.

L’occupazione cresce

I dati più recenti dell’Istat fotografano un mercato del lavoro in espansione. A luglio 2026 gli occupati sono 24,37 milioni, 307 mila in più rispetto a dodici mesi prima. I dipendenti permanenti hanno raggiunto quota 16,58 milioni, con un incremento annuo di 303 mila unità, mentre diminuisce il lavoro a termine. Sono numeri che confermano il rafforzamento dell’occupazione stabile, ma che da soli non dimostrano un rapporto di causa-effetto tra la crescita del lavoro e l’abolizione del Reddito di cittadinanza. Il miglioramento dell’occupazione convive inoltre con un livello ancora elevato di fragilità economica. Secondo l’Istat, nel 2024 circa 5,7 milioni di persone vivevano in povertà assoluta, pari al 9,8% della popolazione. Nel 2025 il 22,6% dei residenti risultava a rischio di povertà o esclusione sociale e, sempre secondo l’Istat, il rischio di povertà riguardava il 10,2% degli occupati maggiorenni. Numeri che mostrano come avere un lavoro non coincida necessariamente con l’uscita da una condizione di vulnerabilità.

Un confronto ancora aperto

A fotografare la distanza tra le due letture sono soprattutto le parole dei protagonisti. Come riportato da Open, Pasquale Tridico sostiene che “sono i più poveri tra i poveri, gente che vive nella marginalità e che è stata cancellata in modo crudele dalla riforma del governo” e rilancia la necessità di riportare una forma di sostegno nel programma del campo progressista: “Assolutamente sì. Dobbiamo pensare a lavoratori poveri e occupabili che sono rimasti senza strumento di sostegno”. Di segno opposto la valutazione di Rosario De Luca che osserva: “La bomba sociale annunciata non è scoppiata. Non abbiamo assistito a una frattura sociale determinata dalla fine della misura e il mercato del lavoro, nel frattempo, ha continuato a mostrare segnali positivi”. Due posizioni che sintetizzano il confronto ancora aperto sugli effetti del superamento del Reddito di cittadinanza e sulla capacità delle nuove misure di intercettare le fasce più fragili.

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