L’autonomia energetica di un Paese, ancor più se la sua economia è fortemente trascinata dall’industria, dovrebbe essere messa al centro dei programmi governativi. Così non è stato per l’Italia e adesso si deve fronteggiare una crisi sistemica, fortemente condizionata da un inflazione che promette il galoppo. Ad essere responsabile di non averlo fatto, negli ultimi 60 anni, non è stata solo la politica, seppur è saldamente al primo posto. Ci sono anche le rappresentanze datoriali e sindacali che se ne solo lamentate e, non certo marginalmente, tutti noi abitanti maggiorenni, nel non aver voluto accettare con referendum gli impianti per la produzione di energia nucleare. Questo pur sapendo che ai confini, o poco più in là, tutte le altre nazioni investivano nel nucleare.
Ad aggravare la situazione, spinti da un accelerata vena ambientale, si è voluto ridurre inopinatamente le centrali a carbone e le raffinerie, spingendo sull’energia green, ben sapendo che comunque non sarebbe mai bastata. Adesso e nel prossimo periodo, ovvero fino a quando non si sarà messo in opera l’intero pacchetto per la produzione di energia, si rischia una ecatombe socio economica.
La produzione industriale presente sul suolo italico, già in una fase quasi depressiva, rischia il peggioramento con la migrazione di interi comparti come il siderurgico, le piastrelle e la produzione di materiale per l’edilizia e di riflesso le filiere loro legate.
Si ha un bel dire che tutto dipende dalle guerre, sicuro, ma a determinare la penuria dei prodotti energetici sono territori per loro natura instabili. Si pensa molto al costo dei carburanti, ma ben peggio andrà per il gas e l’elettrico, i quali stanno raddoppiando abbondantemente i loro costi. Presto ne avranno la riprova le famiglie con le bollette in emissione per il periodo dei mesi caldi e l’utilizzo a manetta dei condizionatori, e per l’autunno-inverno da quando le temperature riprenderanno le medie di periodo. Per ora è l’intero ciclo produttivo che paga dazio e contagia il trasporto delle merci. La boccata di ossigeno del prezzo vincolato - l’ormai notissimo «price cap», introdotto dai principali operatori, su moral suasion attuata dalla presidente Meloni - rischia di evaporare se la situazione mediorientale e ucraina non cede il passo alla trattativa di negoziati con sblocco di Hormuz e ripresa di relazioni tra Europa e lo zar Putin. Ahimè all’orizzonte si sta profilando un altro pesantissimo rischio quello sull’autonomia digitale del Paese Italia, dicasi AI, materie prime, produzione di tutte le componenti e ricerca. Guai ancora maggiori si produrranno sull’intero sistema socio economico e, in carenza di una politica di cyber security, che stabilisca le regole, i ruoli e le procedure di un’organizzazione per proteggere i dati e le risorse IT.
Uscire dai ritardi e dai se e dai mai per entrambe le politiche sarà fondamentale. E a spingere perché accada dovrà essere l’intera società civile. Bastano e avanzano gli sconquassi energetici.
