(Da Washington) - Boicottare Israele potrebbe costare carissimo a molti Paesi. È quello che sostiene Harmeet Dhillon, Assistant Attorney General for the Civil Rights Division del Dipartimento di Giustizia americano, intervenuta davanti ai giornalisti durante un panel sulle politiche di lotta all’antisemitismo dell’amministrazione Trump. Rispondendo a una domanda del podcaster Henrik Beckheim, la funzionaria ha toccato un tasto dolente dei rapporti internazionali che ruotano intorno a Israele e al boicottaggio di Tel Aviv, in particolare per quei Paesi che hanno adottato o annunciato misure di rappresaglia.
All’inizio di settembre la Casa Bianca aveva tenuto un basso profilo, evitando ogni commento in merito alle iniziative del Canada e di altri Paesi europei, come Regno Unito e Francia, che avevano annunciato sanzioni contro l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
“Parlerò con Israele”, aveva detto il tycoon. “Parlerò con loro e cercherò di capire cosa pensano, qual è la loro posizione. Capisco perfettamente cosa sta succedendo. Ma voglio scoprire perché tutto questo accada all’improvviso”. Oggi, alla vigilia dell’anniversario degli attacchi del 7 ottobre, arriva la notizia che presto qualcosa potrebbe cambiare.
L’avvertimento di Dhillon: possibili sanzioni di ritorsione
“Negli Stati Uniti, quello che chiamiamo movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) è, a mio avviso, una forma di antisemitismo”, ha spiegato Dhillon, rispondendo a una domanda sulla posizione dell’amministrazione in materia di sanzioni e boicottaggio contro Israele.
“Penso”, ha continuato la funzionaria, “che finché il presidente Trump sarà in carica, qualsiasi Paese che lo promuova rischi di subire potenziali sanzioni di ritorsione o misure analoghe”. Una posizione molto dura, che ribadisce come la Casa Bianca sia pronta a usare la lotta all’antisemitismo come nuovo ariete contro alcuni alleati. “Ribadisco”, ha chiarito Dhillon, “di non essere io a definire tale politica, ma credo che il presidente si sia espresso in tal senso”.
La questione del boicottaggio contro Israele e delle risposte per fermare quelle che vengono definite pratiche antisemite si trascina da tempo. “Negli Usa c’è stato un tentativo di avviare iniziative simili anche a livello aziendale, prontamente bloccato dalla netta opposizione di cittadini animati da buone intenzioni. Tuttavia, la situazione potrebbe cambiare in caso di avvicendamento al governo”. “Ad ogni modo”, ha concluso, “considero il boicottaggio — e credo che la maggior parte dei membri del mio governo la pensi allo stesso modo — una forma di antisemitismo, e come tale lo definiamo”.
Il fronte con Canada ed Europa
In attesa di ulteriori conferme da parte della Casa Bianca, le parole di Dhillon aprono un nuovo fronte tra gli Stati Uniti e alcuni alleati, come il Canada e soprattutto i governi europei, in particolare il Regno Unito, che l’8 settembre scorso, per voce del segretario agli Esteri Ed Miliband, aveva annunciato lo stop all’importazione di beni dagli insediamenti in Cisgiordania, restrizioni sulle licenze per le armi e sanzioni contro banche e imprese edili collegate agli insediamenti. In quella stessa occasione altri Paesi si erano accodati con una dichiarazione congiunta: Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Anche se lo stesso Miliband aveva affermato che la decisione di Londra non aveva niente a che fare con il movimento BDS.
Persino l’Ue aveva iniziato a lavorare a un processo simile. A livello comunitario, inoltre, il Consiglio dell’Ue ha già adottato sanzioni mirate contro coloni israeliani e organizzazioni accusate di gravi violazioni dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania. Parallelamente, resta sul tavolo una proposta della Commissione per sospendere alcune preferenze commerciali previste dall’accordo di associazione UE-Israele, mentre i ministri europei hanno discusso ulteriori restrizioni sui prodotti provenienti dagli insediamenti. Una linea più dura continua però a incontrare le resistenze di alcuni Stati membri, tra cui Germania e Italia, che si sono opposti alla sospensione dell’accordo di associazione con Israele.
