Con il 28% delle sezioni scrutinate, al momento in cui andiamo in stampa, Flávio Bolsonaro è nettamente avanti su Luiz Inácio Lula da Silva: 50,85% contro 41,05% dei voti validi. Un distacco di quasi 3,1 milioni di voti. L’astensione è inoltre oltre il 20%, un dato che rende ancora più significativo il risultato ma invita alla cautela nella lettura di uno spoglio ancora parziale.
Ieri mattina, ai seggi, Lula aveva già parlato come se il Paese gli dovesse un secondo mandato. A São Bernardo do Campo, nella scuola João Firmino del quartiere di Assunção, ha brandito la bandiera e ha ridotto la scelta a un bivio tra «democrazia e barbarie», senza mai nominare l’avversario: la formula consueta di chi trasforma ogni critica in un attentato alle istituzioni e ogni avversario in una minaccia. Accanto a lui, la vecchia guardia del suo partito, il PT, schierata a certificare che fuori dal suo perimetro c’è solo il disordine. A Vila Isabel, nella zona nord di Rio, Flávio Bolsonaro era arrivato all’apertura dei cancelli della scuola Barão Homem de Mello, camicia gialla e 22 sul petto, con la moglie Fernanda, la madre Rogéria e Douglas Ruas. «Voglio che oggi il Brasile scelga il suo presidente, per garantire la libertà al popolo brasiliano», ha detto uscendo. Due slogan e un primo spoglio che smentisce la sicurezza ostentata dall’inquilino del Palazzo di Planalto.
Il voto di ieri non era solo presidenziale. Si sono rinnovati l’intera Camera e due terzi del Senato e qui le proiezioni parziali sono meno benevole verso il PT. La destra, a partire dal PL, il Partito liberale di Bolsonaro, appare in grado di tenere o allargare i propri numeri, soprattutto in Senato. Un eventuale secondo mandato consecutivo di Lula, il quarto in totale, nascerebbe quindi già sotto tutela, con un Parlamento poco disposto a firmare assegni in bianco a un presidente che dal 2023 non ha mai costruito una maggioranza stabile. Il programma di più spesa sociale, più Stato nell’economia e più distanza da Washington si scontrerebbe con Camera e Senato inclini a limitare l’intervento pubblico e a riavvicinarsi agli Stati Uniti di Donald Trump. Con questi numeri, però, l’ipotesi stessa di quel mandato è la prima a essere in discussione.
Chiunque esca dalle urne si troverà di fronte cifre dell’economia preoccupanti, usando un eufemismo. Il debito pubblico intorno all’83% del Pil, ma quasi al 100% contando anche le passività da interessi, come fa il FMI, gli interessi reali più alti al mondo, pari all’8,45%, e famiglie indebitate all’82%. È questo il bilancio di Lula, che dal 2023 a oggi ha speso senza raddrizzare i conti pubblici e ha lasciato il costo del denaro a livelli esorbitanti. A questo si aggiunge una sfiducia nelle istituzioni, e in particolare nella Corte Suprema, che i sondaggi collocano oltre il 50%, dopo una sequenza di scandali che hanno coinvolto soprattutto il giudice Alexandre de Moraes. Un Senato più a destra non risolverebbe da solo nessuno dei problemi, ma renderebbe più stretto il margine di un governo deciso a proseguire sulla stessa linea. Il voto di ieri non assolve Lula e, anzi, gli ricorda che la maggioranza degli elettori, finora, non gli ha dato affatto il mandato pieno che l’ex presidente dei poveri chiedeva.
