La crisi di Ceuta dimostra una triste verità: la Spagna è una grande nazione afflitta da un cattivo governo. Pedro Sánchez si è mostrato, dal 31 luglio, più preoccupato di preservare il Marocco da ogni sospetto che di rispondere con puntualità a una situazione esplosiva. Ostinato nel sottolineare la condizione di «partner leale e affidabile» del regno alawita, il suo governo ha impiegato più di un mese per rivolgersi all’Unione europea, dopo l’assalto a una frontiera che, oltre a essere nazionale, è anche comunitaria. Ha voluto far credere che in 48 ore si fosse tornati alla «normalità». Niente di più falso: a Ceuta la convivenza si sta degradando fino a estremi allarmanti. Ha disprezzato o minimizzato tutti gli allarmi che andavano avvertendo su ciò che si stava preparando: avvisi delle autorità locali e anche dei suoi stessi servizi. Del resto, Ceuta e Melilla sopportano da tempo una strategia di asfissia commerciale e pressione demografica che, priva di risposta, arriva gratuitamente a Rabat.
Dopo l’assalto alla frontiera, i problemi si accumulano nella città autonoma senza spiragli di una risposta pronta ed efficace da parte di un governo allergico alla presenza di Frontex, che potrebbe infastidire il Marocco, diffidente verso testimoni scomodi sul terreno. Per di più, non siamo di fronte alla prima invasione di Ceuta: nel maggio del 2021, più di 10mila marocchini hanno travolto il perimetro di confine in una prova generale, su scala minore, ma con identica intenzione destabilizzante; e tuttavia, da quel momento, il governo di Sánchez continua a non avere alcun piano per stabilizzare la frontiera più esposta della Spagna. Si accontenta di esibire una debolezza sempre provocatoria per regimi, come quello marocchino, che non esitano a usare la propria popolazione come arma.
Non dobbiamo ingannarci: a Ceuta non siamo di fronte a nessuna crisi migratoria, bensì a un episodio di strategia ibrida, il cui vero sfondo va riferito
alla riattivazione dell’irredentismo espansionista marocchino. Per questo risulta così pietoso che l’atteggiamento del ministero degli Esteri spagnolo in questa crisi sia stato di genuflessa subordinazione verso il Marocco e di aperta ostilità con l’Italia. Insensato tanto quanto il fatto che in Spagna si pratichi una politica migratoria antagonista a quella di partner con cui si condivide la frontiera esterna. In Europa, questa materia è di competenza degli stati. Per questo motivo devono essere adottati standard simili contro l’immigrazione irregolare, allo stesso modo in cui condividere una moneta unica obbliga a mantenere un’identica prudenza fiscale: uno stato che non gestisce bene le proprie finanze o le proprie frontiere compromette gli altri. Certo è che tali considerazioni importeranno molto poco a chi sia deciso a trasformare la politica estera nella scenografia di una politica interna più attenta alla costruzione di narrazioni che alla promozione del bene comune e alla difesa dell’interesse nazionale.
Il fatto certo è che Sánchez ha lasciato la Spagna isolata e con nessuna capacità di manovra in momenti di crisi. Senza leadership e senza forza per far valere il proprio peso davanti a un vicino che ha preso le misure al nostro presidente; il Marocco sa che, quando pressa, vince. Probabilmente perché la prima preoccupazione di Sánchez non è «l’integrità territoriale» della Spagna secondo le sue parole, ciò che è stato compromesso nell’invasione ma prolungare la presidenza a costo di qualsiasi cosa. Prima che risolvere le crisi, trarne vantaggio.
Ridotta la sua base elettorale, cerca di agglomerare il voto dei suoi elettori approfittando di ogni situazione critica che gli si pari davanti per attivare un’ultima risorsa: portare la Spagna a una polarizzazione estrema nel tentativo che le prossime elezioni vengano percepite più come un plebiscito esistenziale che come una resa dei conti.
Per tutto ciò, la Spagna ha bisogno di un cambio di rotta che metta il governo dello stato all’altezza
della nazione. Che, in questa materia, rafforzi in modo stabile la nostra frontiera e mantenga con il nostro vicino del Sud una relazione equilibrata, né alterata né claudicante. A partire da una premessa irrinunciabile: la Spagna non negozia con nessuno la sovranità di alcuna parte del suo territorio, ma la difende.
La crisi di Ceuta è il sigillo di due legislature nefaste, per nulla all’altezza della nostra traiettoria. Da otto anni, Sánchez si mantiene al potere mediante concessioni logoranti a minoranze radicali che contestano, all’interno, l’idea stessa di nazione spagnola. Il desiderio di assorbire l’elettorato estremista spinge il socialismo al governo a praticare anche una politica estera demagogica che lascia la Spagna inerme e alla mercé di qualsiasi ricatto. Arrivati a questo punto, conviene ricordare che ogni democrazia costituzionale la Spagna lo è implica una serie di limiti al potere, singolarmente rigorosi quando si dispone solo di una maggioranza occasionale ed eterogenea. Questi limiti al potere hanno a che fare con la sua legittimità di esercizio. C’è legittimità quando si identificano gli organi dello Stato con la volontà e gli interessi dell’insieme della società. Le maggioranze sono sempre circostanziali, perché il sistema si configura in modo aperto, salvaguardando la possibilità di un’alternativa. La democrazia ammette che un partito, o una coalizione di partiti, assumano la funzione di governare per tutti perché si sottintende che lo facciano all’interno di una sfera di impegno sostanziale, e accettando l’alternanza.
In questo senso, le recenti dichiarazioni di Sánchez, che allude al fatto che oggi in Spagna «non abbiamo una proposta di alternanza» risultano singolarmente inquietanti e avvalorano, se possibile ancora di più, la necessità del suo avvicendamento. Ceuta è il sintomo di una degradazione che deve essere fermata al più presto.
