La giustizia in diretta Tv. Il 3 dicembre, alle 13 ora del Texas, un uomo su una sedia a rotelle verrà portato davanti a un plotone di soldati nel posto esatto in cui diciassette anni fa ha massacrato i loro compagni. Il segretario alla Guerra Pete Hegseth vuole che la gente guardi.
La morte come lezione. L’uomo si chiama Nidal Malik Hasan. Ha 56 anni, è nato in Virginia da genitori palestinesi arrivati da al-Bireh, in Cisgiordania. In America ha trovato una divisa, i gradi di maggiore, una laurea in medicina, il camice da psichiatra. Il suo mestiere era ascoltare i soldati che tornavano dall’Iraq e dall’Afghanistan, raccogliere le loro paure. Il 5 novembre 2009 entrò nel centro di Fort Hood dove i ragazzi facevano le visite prima di partire. Si sedette, aspettò. Poi si alzò, gridò Allahu Akbar e cominciò a sparare con una pistola dal mirino laser. Tredici morti, trentadue feriti. Tra le vittime c’era Francheska Velez, incinta. La sua non è una storia improvvisa. È una lunga fila di segnali che nessuno ha voluto leggere. Hasan scriveva ad Anwar al-Awlaki, l’imam americano che diventerà una delle voci di al-Qaeda nella Penisola arabica. L’Fbi aveva quelle email. Ora il patibolo.
L’America conosce questo teatro. L’ultima esecuzione pubblica fu nel 1936 a Owensboro, Kentucky: migliaia di persone attorno al patibolo di Rainey Bethea, i venditori ambulanti, la folla che si contendeva i posti migliori. Fu l’ultima volta. Da allora la morte di Stato si è nascosta dietro i muri, i vetri, le tende. L’ultima esecuzione militare risale al 1961, un’impiccagione. L’ultimo fucilato in divisa fu Eddie Slovik, nel 1945, unico soldato americano giustiziato per diserzione nella Seconda guerra mondiale. Resta una domanda: a chi serve questa diretta? Ai sopravvissuti, forse. Ai morti no, i morti non guardano. Agli americani, che vedranno finalmente la giustizia in faccia, tra una pubblicità e una notifica. Oppure a chi, dall’altra parte del mondo, aspetta solo quell’immagine per farne una reliquia.
