La temperatura è altissima prima delle elezioni del 27 ottobre, può succedere di tutto, il fronte di guerra con l’Iran è caldo, ma più caldo il fronte anti Netanyahu e il suo Likud, guidato da Gadi Eisenkot col suo Yashar: la Knesset ha 120 seggi, ce ne vogliono 61 per governare, nessuno dei due blocchi ci arriva, ambedue sono poco sopra i 50. I partiti schierati con Eisenkot (di Naftali Bennett e Yair Lapid, Yair Golan e forse Yoav Hendel) sono serrati in un patto che non li amalgama altro che su una promessa un po’ primitiva di far fuori il capo carismatico cui attribuiscono tutti i mali. Non c’è una sinistra vera e propria, ma la stanchezza della guerra e la determinazione a metterne la responsabilità su Netanyahu. Tuttavia, per fare un governo dovrebbero associarsi con i partiti arabi, che non hanno mai condannato la mattanza di Hamas, e dal 7 ottobre non possono ignorare che Israele vive un pericolo permanente; solo Yair Golan, il capo dei Democratici, parla ancora di Stato palestinese e potrebbe avere 9 seggi. Senza arabi, non ci sarebbe governo. Si affaccia quindi un’ipotesi fumosa ma non impossibile di governo di unità nazionale, che piacerebbe per il 54% all’opposizione e per il 40% ai votanti del governo, se però Netanyahu fosse primo ministro.
Eisenkot, un militare quadrato ma non brillante né carismatico, piace al 48% dei votanti come primo ministro, Netanyahu al 41%. Ma il dato varia a seconda delle indagini. Bibi (Netanyahu) sembra preoccupato. La campagna è difficile, piena di astrazioni: si parla in buona parte di ciò che è stato e di guerra, della memoria, delle interpretazioni, delle lacrime e del suono delle armi. Il 7 ottobre è nella vita di ognuno, i ragazzi sono ancora nelle riserve, ad ogni minuto può scoppiare una guerra. Israele si deve poter fidare, ne va della vita.
Queste elezioni si giocano sulle enormi vicende che il Paese ha dovuto attraversare, e su una guerra di sopravvivenza. Netanyahu si presenta soprattutto come il leader che ha subito condotto Israele, tramortita dal 7 ottobre, contro Hamas, gli Hezbollah, l’intoccabile Iran. Il giornalista Amit Segal fa bene a scrivere che su dieci membri della Knesset che saranno eletti, uno verrà da una famiglia che ha sofferto un lutto in guerra. Eisenkot, capo dell’opposizione, ha perduto il figlio; sulla sua lista Shira Shapira ha perso il figlio Ener a Re’im. A destra, stessa vicenda: Tali Gvili del Likud è madre di un eroe del 7 ottobre, Bezalel Smotrich è cugino di Amishar Ben David, Moshe Feiglin nonno di Yair Levin, uccisi a Gaza. La campagna elettorale urla più che discutere. Come è potuto accadere, di chi è la responsabilità, e chi deve garantire la sicurezza oggi? Il potere politico è messo in discussione dal fallimento del 7 ottobre, ma anche l’esercito e i servizi segreti, specie lo Shabbach, che si occupa dei palestinesi, sono accusati di non aver dato l’allarme. Questi ultimi sono schierati a sinistra, e l’altro a destra. Ronen Bar ex capo dello Shabbach ha fatto causa a Netanyahu per diffamazione sostenendo di aver avvertito, ma il premier, al contrario, spiega che Bar ha suggerito una linea di pacificazione contraria a quella necessaria e non ha avvertito. Bibi mette in allarme sulla disponibilità del suo antagonista a fare un’alleanza coi partiti arabi, mentre presenta la idea di sicurezza come l’unica salvaguardia concreta. E il mondo intero si agita di fronte a queste elezioni: lo Stato Ebraico è al centro di una focosa attenzione spesso antisemita, sovente ignorante, fra le fiamme delle rivolte rosse, verdi, islamiche appaiono le bandiere pro-Pal. Tutto il mondo guarda alle elezioni in Israele, sullo sfondo la Russia e la Cina giocano cinicamente, e l’esercito, ripete il governo, è pronto per ogni evenienza. Queste sono le elezioni di uno dei più piccoli Paesi del mondo.
