Correva l’anno 685 d.C. e Wu Zetian, l’unica imperatrice della storia cinese, doveva consolidare la sua autorità a corte e quale modo migliore di mostrare ai nemici la grandezza del proprio impero se non spedire in dono 2 panda giganti vivi accompagnati da 70 pellicce bianche e nere di panda? L’imperatrice aveva dato inizio a una costumanza che nei secoli si è fatta tradizione, anche se oggi i cinesi non mandano più pellicce ma solo animali in buona salute. La caratteristica di recapitare degli orsoni bianchi e neri alti 1 metro e mezzo e pesanti 150 kg viene denominata «diplomazia del panda». I simpatici animali si sostituiscono ad algidi ambasciatori, anche perché in caso di conflitti è più agevole ritirare 2 panda che chiudere un’ambasciata e l’effetto mediatico è estremamente potente. Viceversa se è necessario comunicare delle buone relazioni o la chiusura di un favorevole (per la Cina) contratto commerciale o politico, l’invio dell’animale simbolo come «petit cadeau» è ottimo in quanto i panda sono così teneri da suscitare affetto senza richiedere a chi li riceve di condividere le posizioni di Pechino. Sparpagliare per il mondo questo gadget strepitoso con l’ammonimento «è a rischio estinzione» ha contribuito anche a salvarlo: oggi i panda si riproducono serenamente fra zoo dell’occidente e lussureggianti foreste di bambù in Cina. Il sistema di regalia pare però abbia scontentato molti cinesi che i panda li preferirebbero a casa. Così, anche se le decisioni chiave spettano al Partito, per evitare dissenso e malumori il governo ha ideato un brillante escamotage: i panda non si regalano più. Si affittano. Ispirati da Hermes nelle geniali strategie di marketing, non è che chiunque possa affittarsi un panda. Il panda è concesso solo a pochi. E i privilegiati dovranno pagare un milione fra cure mediche, cibo e monitoraggi quotidiani. E dopo 10 anni il panda torna in Cina. C’è da sperare che a Xi Jinping non venga mai in mente di «regalarcene» uno.
