«Sogno un Iran democratico, egualitario e libero. Per me, vivere liberamente significa esprimere i nostri pensieri più autentici, senza timore di persecuzioni, discriminazioni o arresti». Questo è il desiderio più profondo di Narges Mohammadi premio Nobel per la Pace 2023 in libreria con la sua prima autobiografia «Una donna non si arrende mai» edito da Marsilio. Ad oggi la Mohammadi è la voce più temuta dal regime di Teheran.
Com’è la vita nel carcere di Evin?
«Quando vieni arrestata ti portano prima in isolamento. Vieni messa sotto pressione e sottoposta a torture, molti sono costretti a confessare e alcune di queste confessioni portano a condanne a morte. Poi, magari, vieni trasferita nel reparto dove più detenuti possono stare insieme. In carcere si vivono momenti di dolore, si affrontano separazioni e si ricevono notizie tragiche. Ciò richiede capacità di resistenza e determinazione. Ho la fortuna di poter dire che, nel braccio femminile di Evin, noi donne siamo riuscite a infondere vitalità, gioia, creatività. Credo che le forze autoritarie fossero incapaci di comprendere questo flusso vitale e questa forza, squisitamente femminile».
Che tipo di bambina era?
«Credo che il ruolo dei miei genitori abbia influito sulla persona che sono. Mio padre nutriva grande fiducia in noi. Questo ha favorito in me una certa indipendenza. L’ho sperimentato all’università: anche quando tornavo a casa nel cuore della notte, mio padre apriva la porta e non l’ho mai sentito rimproverarmi. Mia madre era profondamente dedita alla famiglia. All’università questioni che in precedenza erano state solo scintille nella mia mente, sono germogliate».
Dove si trova ora?
«Sono fuori dal carcere grazie a una sospensione della pena, il che significa che potrei essere richiamata a rientrarvi da un momento all’altro. Vivo a casa mia, a Teheran, circondata dai panorami e dai suoni del mio quartiere. Sia la mia camera da letto che il mio studio hanno due finestre che si affacciano sul cortile. In questo spazio ho allestito un patio piccolo e appartato, dove ho sistemato un tavolo con una sedia. Questo angolo tranquillo è diventato il mio rifugio: vi siedo per bere il caffè del mattino, riflettere e scrivere. Ogni giorno sono sottoposta a una sorveglianza aggressiva da parte degli apparati di sicurezza. Eppure, nonostante questa costante intimidazione, mi sento libera nello spirito».
Cosa vorrebbe dire alle iraniane?
«Alle donne iraniane dico: voi siete le artefici di un cambiamento democratico fondamentale. Una società è libera solo quando lo sono le sue donne. Attraverso il movimento Donna, Vita, Libertà, avete infranto l’autorità di un dispotismo religioso. Togliendovi il velo imposto, bruciandolo nei cortili delle prigioni e nelle piazze, e camminando per le strade. I vostri capelli sono diventati una frusta contro la tirannia religiosa. Non lasciate che la paura vi paralizzi. La nostra vittoria è certa».
Perché le iraniane hanno deciso di rischiare la vita?
«In Iran, l’obbligo dell’hijab non è mai stato soltanto un pezzo di stoffa o un dovere religioso. Si trattava di uno strumento politico utilizzato dall’autocrazia per soggiogare le donne e instaurare un controllo totale sulla società. Quando, il 16 settembre 2022, la ventiduenne curda Mahsa Jina Amini fu picchiata e uccisa mentre si trovava sotto la custodia della polizia morale, si scatenò una rabbia repressa da decenni».
Qual è il suo ricordo felice?
«Quando sono stata rilasciata a marzo 2024. Quando si sono aperte le porte dell’ambulanza mentre avevo la gamba ingessata vedere donne per strada senza velo è diventato il ricordo più bello della mia vita. Non solo perché le donne si erano tolte il velo, ma per come avevano costretto lo Stato a fare un passo indietro. Ora potevano stare con fierezza per le strade, nelle piazze e alla luce del sole indossando gli abiti che preferivano».
Che cosa faceva nei momenti di disperazione?
«Ho cercato di costruirmi uno stile di vita in cui la scrittura diventasse parte del mio tempo. Scrivere è sempre stato difficile per me, ogni volta che volevo scrivere una lettera ad Ali e Kiana, imprimere quelle parole sulla carta mi dava la sensazione di strappare un pezzo della mia anima».
Cosa le manca di più dei suoi figli?
«Tenerli tra le braccia, sentirne il calore, percepire il profumo della loro pelle, rimboccare loro le coperte alle nove di sera dopo aver bevuto latte caldo e miele, saltare tutti insieme sul letto matrimoniale e ascoltare le loro risate spontanee ed energiche».
Il ricordo più doloroso...
«Il 17 luglio 2015, il giorno dell’ultimo incontro nel carcere di Evin, prima che Ali e Kiana che all’epoca avevano otto anni e mezzo lasciassero l’Iran alla volta di Parigi. Tenendosi per mano, si incamminarono verso il cancello d’uscita principale, voltandosi a ogni passo per gridare: Ciao, mamma!. Il desiderio più grande della mia vita è che un giorno possano perdonarmi per la mia assenza».
