La geopolitica mostra il suo volto più nudo: non una disputa di confini o un gioco di trattati, ma una contabilità del potere che presenta il conto in maniera spietata. Trump sembra averlo individuato nel prezzo del gasolio. Da una parte c’è l’Ucraina, che combatte per non essere cancellata dalla carta geografica; dall’altra la Russia, che continua a bombardarla. In mezzo, il tycoon, deciso a trasformare il conflitto, in una trattativa commerciale, con il pragmatismo di chi considera ogni principio un costo negoziabile, anche dopo il massacro di civili ieri a Zaporizhzhia.
Dopo una telefonata con Putin, Trump ha annunciato un accordo per consentire nuove esportazioni di diesel russo, allentando le sanzioni americane. La decisione, maturata mentre a Miami erano in corso colloqui fra emissari statunitensi, ucraini ed europei, ha colto Kiev di sorpresa. Washington avrebbe puntato all’intesa dopo che Zelensky aveva ignorato le ripetute richieste americane di sospendere gli attacchi alle raffinerie russe. La Casa Bianca vuole contenere il prezzo dei carburanti, aggravato dalla crisi con l’Iran; il Cremlino ottiene una boccata d’ossigeno economica. La guerra, invece, non si ferma.
Il dettaglio che trasforma un accordo energetico in una resa politica è la pretesa americana che Kiev interrompa unilateralmente gli attacchi alle infrastrutture petrolifere russe. Per l’Ucraina non sono soltanto impianti industriali: alimentano una macchina militare che ogni giorno consuma carburante, denaro e vite umane. Colpirle significa tentare di ridurre la capacità di Mosca di sostenere l’invasione. Per Trump, invece, significa anche interferire con gli equilibri energetici e con il consenso interno. Poi l’affondo del tycoon: «Zelensky vuole creare solo problemi al mondo intero. Avrebbe potuto raggiungere un accordo più volte ma non lo ha mai fatto. È giunto il momento per l’Ucraina di avere un nuovo presidente». Parole per cui Mosca esulta: «Iconico e storico», commenta l’inviato di Putin Dimitriev.
È una collisione fra due calendari: quello dell’Ucraina, scandito dalla necessità di sopravvivere, e quello di Trump, segnato dall’urgenza di esibire un accordo in vista delle elezioni di metà mandato. A rendere il quadro più contraddittorio è la difficoltà della Russia, che importa carburanti dall’India a causa dei danni di guerra alle raffinerie. Mosca fatica a soddisfare la domanda interna e limita le esportazioni: il problema non è il greggio, ma la capacità di raffinarlo. Difficile che l’intesa su 300mila tonnellate possa tradursi in forniture concrete nel breve termine.
A Miami Witkoff e Kushner avrebbero prospettato la possibilità di interrompere la condivisione d’intelligence se Kiev non avesse accolto la richiesta di fermare gli alle raffinerie. Le informazioni americane sono essenziali per individuare obiettivi, anticipare minacce e organizzare operazioni militari. Privarne l’Ucraina significherebbe indebolirne la capacità di difesa. E come se non bastasse arriva Zaporizhzhia: cinque bombe guidate russe colpiscono edifici residenziali, uccidendo 20 persone, tra cui 4 bambini. «Oggi la Russia ha ringraziato per la revoca delle sanzioni. Dagli Usa e dall’Europa servono segnali forti, ora sono di tutt’altro tenore. Nei prossimi giorni sarà un inferno», dice Zelensky, trasformando il sarcasmo in un atto d’accusa. E funzionari di Kiev rivelano: «Caduti nella trappola degli Usa».
