«Niente più aiuti militari a Israele». Le urne non si erano ancora aperte ieri negli Stati Uniti quando Donald Trump ha fatto il suo annuncio su Fox News, una mossa dal sapore elettorale che ha lasciato di stucco i funzionari della Difesa a Tel Aviv. La dichiarazione arriva proprio mentre nuovi venti di guerra spirano nella regione e il Nyt rivela che Centcom, il Comando centrale Usa per il Medioriente, ha predisposto un piano per colpire l’Iran già a partire da oggi, subito dopo il voto di Midterm negli Usa. Con tutte le possibili conseguenze anche per lo Stato ebraico, che nelle scorse ore ha condiviso con Washington informazioni di intelligence avvertendo che Teheran sta valutando il ricorso ad armi chimiche contro gli avversari. In ballo fra Stati Uniti e Israele - come ha spiegato il presidente americano - ci sono 4 miliardi di dollari l’anno che, subito dopo la fine del 2026, non saranno più versati da Washington all’alleato di ferro. E questo nonostante tra Stati Uniti e Israele sia in vigore un accordo di assistenza militare che impegna Washington a fornire 38 miliardi di dollari in aiuti militari nell’arco di 10 anni, cioè fino al 2028. Da qui l’incredulità dei vertici israeliani: «Non ci aspettavamo una dichiarazione del genere, certamente non oggi» (ieri, ndr), ha dichiarato un alto funzionario della Difesa alla tv Kan.
Alle prese con il rebus per la formazione di un nuovo governo dopo il voto del 27 ottobre, l’opposizione israeliana definisce l’annuncio «un altro fallimento» del primo ministro israeliano e gli chiede di chiarire. In realtà, in passato Benjamin Netanyahu ha parlato pubblicamente e in più occasioni di questa possibilità, ma ha sempre prospettato una gradualità nella fine degli aiuti militari statunitensi a Israele, non una soluzione improvvisa. E d’altra parte la decisione «non è ancora stata trasmessa ai funzionari competenti» e non si sa come possa essere applicata, considerati gli impegni assunti da Washington. Eppure Trump ha parlato di un accordo raggiunto fra lui e Netanyahu: «Per Israele va bene così, perché sono diventati un Paese di grande successo. Non ne hanno bisogno. E noi non pagheremo più nulla», ha spiegato il presidente.
Che l’annuncio sia di tipo elettorale è stato lo stesso tycoon a confermarlo, sostenendo che mettere fine agli aiuti statunitensi priverebbe i Democratici di uno dei loro argomenti più efficaci contro i Repubblicani, in particolare nel Michigan, dove il sostegno a Israele è stato un tema centrale nella sfida per il Senato. Resta da capire se l’annuncio, che a qualcuno suona solamente come una boutade elettorale, possa essere davvero messo in pratica. Nel frattempo Trump ironizza: «Se gli americani si stufano di me, vado a fare il premier in Israele». E lo dice proprio mentre lo Stato ebraico cerca di capire se Netanyahu resterà alla guida del governo o se sarà l’opposizione ad avere la meglio. I leader del «blocco del cambiamento», i rivali di Bibi (Netanyahu), si sono incontrati ieri, compatti nel sostegno alla premiership di Gadi Eisenkot, il leader di Yashad, ma divisi sull’eventuale appoggio esterno dei partiti arabi, al quale è contrario Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beitenu. Oggi il via alle consultazioni del presidente della Repubblica Isaac Herzog con i primi leader di partito.
