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Politica estera

Londra e Tel Aviv ai ferri corti per la Palestina

Dopo 200 anni, chiude il Consolato e si riduce a “missione” con 7 membri

Barricades block the main road leading to British Consulate after the sign outside the consulate was taken down, in east Jerusalem, Thursday, Oct. 8, 2026. (AP Photo/Mahmoud Illean) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La questione palestinese agita le urne nel Regno Unito e fa precipitare le relazioni con Israele al punto più basso da molti anni. Da ieri, dopo 200 anni di presenza, lo storico Consolato britannico a Gerusalemme Est è chiuso nella sua composizione tradizionale, con il console generale e 19 diplomatici inglesi in procinto di lasciare Israele. Per evitare lo scontro estremo, i due Paesi hanno trovato un accordo che prevede di rinominare il consolato come «Missione diplomatica britannica a Gerusalemme», in modo che una task-force di sette diplomatici inglesi resti. Ma a una condizione: che Londra non prenda provvedimenti contro Israele, dopo che gli inglesi, per tutta risposta, avevano annunciato di voler procedere all’espulsione di 27 diplomatici israeliani.

La situazione è precipitata dopo che il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha accusato a inizio settembre i coloni israeliani di «pulizia etnica» contro i palestinesi in Cisgiordania e il governo Netanyahu di chiudere gli occhi sulle violenze. Per questo l’esecutivo del neo-premier Andy Burnham ha imposto pesanti sanzioni commerciali ed economiche contro gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania, vietando l’importazione di merci e l’attività delle aziende britanniche in quei territori. Una mossa che ha scatenato l’ira di Israele e la crisi diplomatica, tanto da aver spinto il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar a ordinare la chiusura del consolato come misura punitiva, salvo poi edulcorare il provvedimento in extremis. Tensioni e divisioni, in ogni caso, restano dopo che il Regno Unito ha formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina lo scorso settembre. Non a caso, il governo britannico ci tiene a precisare che manterrà la sua presenza di lunga data e il ruolo «a sostegno della soluzione dei due Stati» e ribadisce: «Gerusalemme Est è un territorio occupato».

A gettare altra benzina sul fuoco fra Londra e Tel Aviv potrebbero essere anche le elezioni suppletive nel collegio di Holborn e St Pancras, cuore di Londra. In queste ore si capirà se il seggio lasciato vacante dall’ex primo ministro laburista, Keir Starmer, sarà conquistato dopo anni di dominio «rosso» dal leader dei Verdi, Zack Polanski. Ebreo di 43 anni, omosessuale, Polanski guida un partito che ha appena approvato una mozione in cui equipara il «sionismo» al «razzismo» e si impegna a sostenere la creazione di un unico Stato palestinese democratico sull’intera Palestina storica, escludendo di fatto l’esistenza di Israele. Un testo definito «aberrante» dal governo israeliano e che Polanski si è abilmente guardato bene dall’approvare personalmente, lasciando la conferenza di partito prima del voto interno, ma scatenando furibonde polemiche. La querelle è destinata a proseguire anche dopo i risultati di oggi, comunque vada per il «verde» Polanski.