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Politica estera

Najmeh a morte per un post. L’appello: ascoltate la mia voce

Condannata al patibolo per “insulto al Profeta”, la studentessa di 23 anni ha fatto trapelare un audio dal carcere. Chiede l’intervento Onu. L’attivista Haravi: “Regime in difficoltà e più spietato”

Najmeh Amini

Rischia di essere impiccata a 23 anni per colpa di un post pubblicato sui social in modalità privata. Un messaggio di cui non si conosce nemmeno il contenuto, perché non è mai stato divulgato dall’autorità giudiziaria. Accade in Iran, dove Najmeh Amini potrebbe diventare la prossima vittima della teocrazia che tortura e uccide in nome di Allah. Studentessa di contabilità, arrestata durante le proteste di gennaio dopo che la polizia informatica ha scandagliato i suoi account social, poi detenuta nel carcere di Vakilabad, nella città di Mashhad, Najmeh è stata condannata alla pena capitale per blasfemia, o meglio per «insulto al Profeta» (sab ol-nabi), dopo mesi di isolamento, dopo che le è stato impedito di scegliere i suoi avvocati, dopo un processo a porte chiuse in cui non è stato possibile visionare la presunte prove digitali a suo carico. Secondo il regime, la giovane avrebbe ammesso di aver pubblicato i commenti dopo aver assunto funghi allucinogeni con degli amici. È un copione che si ripete, con sfumature diverse, ogni volta che di mezzo c’è un oppositore della teocrazia. Confessioni estorte dopo maltrattamenti in carcere. Processi farsa che si chiudono con condanne «esemplari», di monito a chiunque osi ribellarsi. È accaduto ieri a Ali-Sina Mostafavi, alpinista di 38 anni, giustiziato allungando la lista degli oltre mille iraniani uccisi da inizio anno.

Eppure per Najmeh una speranza c’è ancora. La sentenza non è definitiva e l’ultima parola spetta alla Corte suprema. Un mese fa, tramite un messaggio vocale trapelato dalla prigione, la studentessa chiedeva aiuto all’Onu e alle ong: «Mi hanno condannata a morte - diceva Najmeh - Ma oggi non voglio parlare delle mie sofferenze, non voglio fare la figura dell’eroina. Voglio solo che la mia voce venga ascoltata». Spiegava di essere «una ragazza innocente, una giovane ragazza con sogni e speranze, con un padre e una madre che mi aspettano, una famiglia che si sveglia tutte le mattine con la paura di perdermi». Aggiungeva: «Voglio solo giustizia e la possibilità di difendermi, chiedo che rivedano il mio caso». Infine il sogno: «Probabilmente non potrò parlare ancora per molto, ma fino a che sono viva ho una speranza: che prima della fine della mia vita io possa vedere l’Iran libero e prospero».

A denunciare l’aggravarsi della situazione per i civili in Iran è l’attivista italo-iraniana per i diritti umani Shervin Haravi, che ci dice: «Al patibolo finiscono ogni giorno cittadini qualunque, giovani che non smettono di mostrare fino alla fine la loro grande voglia di vivere». La preoccupazione principale? «Il regime è in grossa difficoltà, ma con la paura cresce la repressione. La crisi economica morde duro ora che, nel mercato libero iraniano, 1 dollaro vale circa 263.600 toman (nel dicembre 2025 le proteste dei bazaari esplosero quando 1 dollaro valeva 140 mila toman). Ai vertici del regime - aggiunge Haravi - c’è contrasto tra negoziatori-mediatori e integralisti. La dittatura teme proteste di piazza e per questo stringe la morsa sui cittadini. La situazione rischia di peggiorare. Serve un intervento dell’Onu e l’Ue deve farsi sentire. Più alziamo la voce, più il regime ha paura».