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Politica estera

Paura negli Stati rossi, sondaggi falsi e appelli al voto: cosa si nasconde dietro l’allarme dei repubblicani

Il Gop spende milioni per difendere roccaforti considerate inattaccabili da decenni. Ma tra rilevazioni inventate e strategie elettorali, resta il dubbio sulla reale portata della crisi

Negli ultimi giorni si sta diffondendo una sorta di psicosi in casa repubblicana in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo 3 novembre. E nelle ultime ore Axios ha pubblicato un articolo che racconta quanto stia crescendo la preoccupazione tra gli strateghi del Partito Repubblicano per alcune corse al Senato che, fino a pochi mesi fa, sembravano assolutamente sicure.

Axios racconta come i repubblicani inizino ad avere il timore di perdere un seggio del Senato in Mississippi. Ma la preoccupazione riguarda anche altri Stati in particolare South Carolina e Kansas.

Per capire quanto sia particolare questa situazione, bisogna partire da tre numeri. Il Kansas non elegge un senatore democratico da 94 anni, il Mississippi da 44 e il South Carolina da 28. Parliamo quindi di stati che, in alcuni casi, non mandano un democratico al Senato da quasi un secolo.

Eppure, secondo Axios, alcuni sondaggi interni ai repubblicani mostrano candidati democratici all’interno del margine di errore in più di sei stati profondamente conservatori. Un importante stratega repubblicano ha descritto la situazione con un’immagine piuttosto eloquente: “Il muro è crollato, il nemico è entrato nel forte e ormai si combatte corpo a corpo”.

Questa rappresentazione rende bene l’idea del clima che si respira all’interno del partito. Perché il vero problema dei repubblicani non è necessariamente quello di perdere il Mississippi, il Kansas o il South Carolina. È che sono costretti a difendere stati nei quali pensavano di non dover nemmeno fare campagna elettorale.

I repubblicani sono costretti a spendere sempre di più

La prima conseguenza di questo scenario è economica. All’inizio dell’estate, il Senate Leadership Fund, uno dei principali super PAC repubblicani, aveva previsto 28 milioni di dollari di pubblicità in Ohio e 11 milioni in Iowa. Secondo i dati riportati da Axios, queste cifre sono successivamente salite rispettivamente a 93 e 53 milioni di dollari.

In South Carolina, dove inizialmente era stato previsto un intervento da 5 milioni di dollari, la spesa è già arrivata a 8,5 milioni. In Kansas, invece, sono stati stanziati 14 milioni, di cui quasi 12 già spesi.

E adesso i repubblicani stanno addirittura valutando se intervenire economicamente in Mississippi per difendere la senatrice Cindy Hyde-Smith dalla sfida del democratico Scott Colom. Nel frattempo, il principale super PAC democratico ha annunciato un investimento di 1,2 milioni di dollari proprio in questa corsa.

Il punto è che ogni milione speso in Kansas o Mississippi è un milione che non può essere speso altrove. E quando il numero degli stati da difendere aumenta, diventa sempre più difficile concentrare le risorse sulle competizioni decisive.

Il comitato elettorale dei senatori repubblicani, nonostante abbia raccolto oltre 31 milioni di dollari nell’ultimo mese, ha dovuto ricorrere anche a un prestito da 20 milioni per finanziare la propria strategia elettorale.

Questa dinamica ha effetti in corse che orami vengono date per perse, come in North Carolina. Nelle ultime settimane, uno dei principali super PAC repubblicani ha deciso di interrompere la propria spesa pubblicitaria nello stato, dove il democratico Roy Cooper è avanti nei sondaggi rispetto al repubblicano Michael Whatley.

La controprova di questa situazione è arrivata anche da Donald Trump, che è tornato a fare campagna elettorale persino in South Carolina, uno stato che normalmente non dovrebbe richiedere tutta questa attenzione da parte di un presidente repubblicano.

Lo scandalo dei sondaggi falsi e i dubbi sulle previsioni

Lo scenario è complesso anche per un altro motivo: i sondaggi e soprattutto lo scandalo delle rilevazioni false.

È emerso infatti che una società chiamata Wedgewood Polls aveva pubblicato per mesi sondaggi sostanzialmente inventati, riuscendo a farli entrare anche in alcuni importanti aggregatori utilizzati per seguire l’andamento delle elezioni.

La vicenda è stata scoperta grazie a un’indagine di FiftyPlusOne, che ha individuato anomalie nei dati forniti dalla società. Dopo essere stata contattata, Wedgewood ha ammesso che la grande maggioranza dei suoi sondaggi era stata fabbricata.

In Mississippi, per esempio, un sondaggio di Wedgewood era stato utilizzato dalla campagna democratica come prova del crescente consenso del proprio candidato. Alcuni aggregatori, compreso quello del New York Times, hanno successivamente rimosso quei sondaggi dalle proprie rilevazioni.

L’episodio ovviamente sta alimentando una discussione sull’affidabilità dei modelli previsionali. Qui però il problema è duplice. Da un lato c’è il tema dei sondaggi completamente inventati, che possono alterare le medie e influenzare la percezione pubblica di una campagna elettorale. Dall’altro c’è la questione dei possibili errori sistematici nei sondaggi autentici.

Alcuni osservatori si chiedono se le rilevazioni condotte negli ultimi mesi sugli elettori registrati e sui probabili votanti non stiano sovrastimando il consenso democratico, come successo nel 2016, 2020 e 2024. Se così fosse, alcune corse apparentemente molto ravvicinate come Texas, Ohio, Iowa o Michigan, potrebbero alla fine risultare più favorevoli ai repubblicani di quanto suggeriscano oggi le medie.

C’è un ulteriore aspetto interessante. Come racconta POLITICO, lo scandalo ha sollevato interrogativi persino sulla possibilità che sondaggi falsi possano condizionare le decisioni di spesa dei grandi finanziatori politici. Il Senate Majority PAC democratico ha però negato di prendere decisioni strategiche sulla base di sondaggi esterni.

Quanto è reale l’ondata democratica?

Tra sondaggi falsi, possibili errori statistici e campagne che cercano di orientare le aspettative, bisogna essere prudenti nel parlare già oggi di una grande ondata democratica.

Perché, tornando alla politica vera, quella che si misura attraverso le decisioni concrete delle campagne elettorali, un dato resta difficilmente contestabile: i repubblicani stanno spendendo enormi quantità di denaro per difendere territori che fino a pochi mesi fa consideravano sicuri. Diversi strateghi repubblicani continuano a essere convinti che il partito riuscirà a mantenere la maggioranza al Senato.

Ad ogni modo la mappa elettorale si è allargata per i Repubblicani, le risorse devono essere distribuite su un numero maggiore di competizioni e il partito si trova costretto a giocare in difesa molto più di quanto avesse previsto.

Una spinta a motivare gli elettori del Gop

C’è però un’ulteriore livello di lettura, ovvero quanto la preoccupazione sia reale e quanto una strategia usata per convincere gli elettori repubblicani a mobilitarsi.

Raccontare che persino il Mississippi è a rischio può servire anche a lanciare un messaggio molto preciso alla propria base: non possiamo permetterci di restare a casa. Allo stesso tempo, per i democratici, presentare come competitive corse che storicamente non lo sono mai state può contribuire a generare entusiasmo, raccogliere finanziamenti e convincere gli elettori che una vittoria è possibile.

Quello che è certo è che queste elezioni si stanno trasformando nell’ennesima grande battaglia per portare gli elettori al voto. E a fare la differenza potrebbe essere proprio la capacità dei due partiti di portare alle urne anche gli elettori più disillusi.

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