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Politica estera

Putin vede Xi al vertice di Bishkek: qual è il “gioco” dei due leader uniti dalla “partnership senza limiti”

Al vertice della Shanghai Cooperation Organisation il presidente cinese e quello russo tornano a mostrarsi insieme. Ma dietro la retorica della partnership senza limiti emerge un rapporto sempre più asimmetrico

La fotografia che arriva da Bishkek racconta già una parte della storia. Vladimir Putin e Xi Jinping seduti allo stesso tavolo, nel cuore dell’Asia centrale, insieme a Narendra Modi e agli altri leader della Shanghai Cooperation Organisation. Una scena costruita per comunicare un messaggio preciso: il mondo non è più disposto a essere rappresentato soltanto dalle istituzioni e dalle alleanze dominate dall’Occidente.

Il vertice SCO di queste ore arriva mentre la competizione tra Washington e Pechino attraversa una nuova fase e mentre la Russia continua a cercare di compensare l’isolamento prodotto dalla guerra in Ucraina attraverso il consolidamento dei rapporti con Cina, India, Iran e Asia centrale. L’organizzazione, nata nel 2001 come piattaforma di sicurezza tra Cina, Russia e quattro repubbliche centroasiatiche, oggi conta dieci membri e viene utilizzata da Pechino e Mosca come uno dei principali strumenti del loro discorso sulla “multipolarità”.

Xi e Putin: un’alleanza sempre più importante, ma non più paritaria

Ma proprio il rapporto tra Xi e Putin è il vero punto di osservazione del vertice. Perché dietro l’immagine di due potenze che procedono fianco a fianco esiste una realtà molto più complessa: la partnership sino-russa è solida, strategica e in continua espansione, ma il suo equilibrio interno è cambiato profondamente.

Il gesto più concreto annunciato da Putin riguarda per ora la mobilità tra i due Paesi: il presidente russo ha proposto di trasformare in permanente il regime di esenzione dai visti con la Cina, sostenendo che l’introduzione dei viaggi senza visto ha già favorito l’aumento dei flussi turistici bilaterali. Secondo Putin, nel primo semestre dell’anno il traffico turistico sarebbe cresciuto del 43%.

È però sul piano strategico che il colloquio assume un peso maggiore. La Russia considera ormai la Cina il pilastro principale della propria proiezione economica verso l’est. Dopo la rottura dei rapporti economici con gran parte dell’Europa provocata dalle sanzioni successive all’invasione dell’Ucraina, Mosca ha progressivamente spostato verso Pechino una quota crescente dei propri commerci, delle proprie importazioni e dei propri flussi energetici.

Il risultato è una relazione nella quale i due governi continuano a parlare di partenariato strategico, ma nella quale il peso relativo dei due interlocutori è cambiato. Mentre la dipendenza russa dalla Cina è aumentata, Pechino dispone di una libertà di manovra molto maggiore nei confronti di Mosca. Putin si rivolge nuovamente a Xi mentre la capacità di influenza internazionale della Russia attraversa una fase di difficoltà estrema.

È una dinamica che rende particolarmente significativa la scenografia di Bishkek. Putin ha bisogno di dimostrare che la Russia non è isolata. Xi, al contrario, può permettersi di utilizzare la presenza russa all’interno della SCO come uno degli elementi di una strategia diplomatica molto più ampia. La Cina non ha bisogno soltanto della Russia: sta costruendo contemporaneamente rapporti con l’India, con l’Asia centrale, con il mondo arabo e con numerosi Paesi del cosiddetto Global South.

La SCO come laboratorio della “multipolarità” di Xi

È qui che Bishkek diventa più importante del semplice incontro bilaterale. La Shanghai Cooperation Organisation non dispone della struttura di un blocco militare comparabile alla NATO. Il suo valore è soprattutto politico e diplomatico, creando un foro nel quale Pechino può promuovere una visione alternativa dell’ordine internazionale. È una narrazione che trova terreno fertile soprattutto in un momento nel quale la politica estera americana, sotto Donald Trump, sta producendo forti tensioni commerciali e strategiche con la Cina e contemporaneamente nuove crisi in altre aree del mondo.

Il vertice di Bishkek, inoltre, arriva in un contesto nel quale Washington sta esercitando una pressione significativa su Pechino anche sul terreno economico. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha appena chiesto ai Paesi del G20 di considerare nuove barriere commerciali nei confronti della Cina.

Per Xi, dunque, la SCO non rappresenta semplicemente una piattaforma per consolidare l’amicizia con Putin. È uno strumento per dimostrare che la Cina dispone di relazioni e interlocutori sufficienti a evitare di essere confinata dentro un sistema internazionale costruito intorno agli interessi americani. E in questa strategia Putin è contemporaneamente un alleato fondamentale e un elemento di un disegno più grande. È forse questa la principale differenza rispetto alle fotografie degli anni precedenti.

Mosca guarda a Pechino, Xi guarda oltre Mosca

La Cina, invece, può utilizzare il rapporto con Mosca in modo più selettivo. Pechino beneficia dell’accesso alle risorse energetiche russe, della profondità strategica garantita dalla relazione con Mosca e della possibilità di presentare la Russia come uno dei pilastri di un ordine internazionale alternativo. Ma allo stesso tempo deve evitare che l’eccessiva identificazione con Putin comprometta i rapporti con altri interlocutori, soprattutto con l’India e con i Paesi del Global South.

Xi non sembra voler costruire una replica asiatica della NATO. Il progetto è più sottile: costruire una rete di relazioni economiche, diplomatiche e strategiche nella quale gli Stati possano cooperare senza necessariamente aderire a un unico sistema di alleanze. Putin è uno dei principali protagonisti di questa trasformazione, ma non ne è né sarà mai il regista.

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