Rossetto rosso, una catenina con la scritta “Mietendeckel” (“tetto agli affitti”) e un programma che recupera alcune delle ricette più radicali della sinistra tedesca. Elif Eralp, 45 anni, giurista, anticapitalista e candidata della Linke alla guida di Berlino, è il volto della sorpresa arrivata dalle urne della capitale. La Linke è balzata in testa, ma Eralp non è ancora sindaca: il Regierender Bürgermeister viene eletto dal Parlamento berlinese e servirà una coalizione.
Nata a Monaco nel 1981 da genitori turchi arrivati in Germania dopo il golpe militare del 1980, la Eralp è cresciuta tra Dortmund e Amburgo, ha studiato Giurisprudenza e lavorato per anni dietro le quinte del partito. Prima di entrare nel Parlamento berlinese è stata referente per le politiche giuridiche del gruppo della Linke al Bundestag.
Il modello dichiarato arriva dagli Stati Uniti e si chiama Zohran Mamdani. La Eralp ne ha celebrato il successo a New York e la sua campagna ha ricevuto anche i consigli di Morris Katz, stratega del sindaco socialista. Porta a porta, costo della vita, comunicazione semplice. La confezione è americana. Il contenuto molto meno.
Il cuore del programma è la casa. La Linke vuole limitare gli affitti e soprattutto dare seguito al referendum del 2021 sulla “socializzazione” dei grandi gruppi immobiliari, approvato allora dal 57,6 per cento dei votanti. In sostanza, una parte consistente degli appartamenti dei maggiori operatori privati dovrebbe essere trasferita alla proprietà collettiva dietro indennizzo. Una battaglia che la Eralp porta avanti senza esitazioni e che resta uno dei punti più divisivi del suo programma.
Poi c’è il capitolo Islam, immigrazione e identità religiosa, sul quale la candidata della Linke mantiene da anni una linea altrettanto netta. Nel 2022 la Eralp chiedeva apertamente di eliminare il divieto del velo previsto dal Neutralitätsgesetz - la legge berlinese sulla neutralità religiosa nel pubblico impiego. Secondo la candidata, impedire alle donne con hijab di accedere ad alcuni settori dell’amministrazione significa discriminarle. La battaglia non è stata abbandonata: anche nel confronto elettorale del 2026, la Linke si è schierata contro restrizioni generalizzate sui simboli religiosi per chi lavora nella giustizia e nella polizia.
Per la Eralp la lotta al cosiddetto “razzismo antimusulmano” è una priorità politica. Negli anni ha chiesto più strutture di monitoraggio, fondi stabili per le organizzazioni impegnate contro la discriminazione e maggiore sostegno alle associazioni delle comunità migranti. La Linke vuole inoltre rafforzarne la partecipazione ai processi decisionali e garantire finanziamenti pubblici più continuativi.
È uno dei punti più caratterizzanti della sua piattaforma. Per Eralp la neutralità dello Stato non coincide necessariamente con l’assenza dei simboli religiosi tra i dipendenti pubblici. Al contrario, il divieto del velo viene letto soprattutto attraverso la lente della discriminazione. Una linea destinata a far discutere in una città che negli ultimi anni ha conosciuto tensioni sull’antisemitismo, sulla radicalizzazione islamista e sul conflitto in Medio Oriente.
Fortunatamente, sia la Eralp e la Linke hanno posto l’accento sulla distinzione tra tutela dei musulmani e islamismo politico e nel loro programma dichiarano di voler contrastare le minacce provenienti da ambienti islamisti. Ma la direzione politica resta cristallina: meno restrizioni sui simboli religiosi, più strutture pubbliche contro la discriminazione e maggiore sostegno alle organizzazioni delle comunità migranti.
Il resto completa il quadro: mense di quartiere con pasti a tre euro, più tassazione dei grandi patrimoni, maggiore intervento pubblico nell’economia. Una piattaforma fortemente redistributiva che ha trovato terreno fertile soprattutto tra gli elettori più giovani.
La “Mamdani di Berlino”, insomma, ha funzionato. Almeno nelle urne. Ora viene la parte più complicata: trovare gli alleati disposti a portare al governo della capitale una candidata che vuole socializzare gli appartamenti dei colossi immobiliari, aumentare il peso dello Stato nell’economia e riscrivere anche il rapporto tra istituzioni, immigrazione e simboli religiosi.
