In Russia, in questi giorni, la democrazia ha due costumi di scena. Il primo è quello ordinario: urne, schede, commissioni elettorali, percentuali di affluenza. Il secondo è più adatto a un romanzo di spionaggio: perquisizioni, minacce, telefoni spenti, agenti dell’Fsb e persone che improvvisamente scoprono quanto possa essere costoso avere memoria. Fra i due costumi c’è un rapporto più stretto di quanto sembri. Perché quando il voto diventa una liturgia del potere, anche il dissenso finisce per essere trattato come un’attività clandestina.
Le elezioni per la Duma, le prime parlamentari dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, si chiudono oggi in un sistema politico nel quale la concorrenza è drasticamente ridotta. Il partito liberale e pacifista Yabloko è stato escluso dalla competizione nazionale e molti candidati contrari alla guerra estromessi. Poi ci sono le urne. E attorno alle urne, come mosche su una pietanza lasciata troppo a lungo sul tavolo, le contestazioni. Yabloko denuncia pressioni e impedimenti ai propri osservatori; a San Pietroburgo uno di loro è stato arrestato con la forza e ha perso conoscenza. Altri osservatori vengono respinti o ostacolati dopo aver scoperto voti multipli. Gli indipendenti segnalano anomalie nella
conservazione delle schede, nel voto domiciliare e nelle discrepanze fra dati osservati e risultati ufficiali. Alla vigilia appariva già lapalissiano come il controllo indipendente sarebbe diventato difficile, anche per via dell’espansione del voto elettronico.
Il Cremlino ha una spiegazione per tutto, come ogni buona macchina burocratica: quando non sono gli osservatori a sbagliare, sono gli hacker; quando non sono gli hacker, è l’Ucraina. Mosca ha denunciato attacchi informatici ai sistemi elettorali e alle comunicazioni, mentre Putin ha accusato Kiev di interferire nel voto, senza presentare prove a sostegno dell’accusa. Anche la geografia aggiunge qualche nota alla partitura. La Russia ha organizzato il voto nei territori ucraini occupati, provocando la condanna di Kiev e critiche internazionali. E con la Moldova è esploso il caso della Transnistria: Mosca voleva aprirvi 15 seggi, Chisinau ha risposto che sarebbe stato inaccettabile, dato che la regione separatista non è sotto il controllo moldavo. Intanto il Cremlino esibisce un numero record di osservatori stranieri amici, mentre l’Osce non è presente e quelli indipendenti russi subiscono restrizioni.
Tuttavia la storia più inquietante di questi giorni non è dentro un seggio, ma raccontata da una donna che ha deciso di uscire dalla parte assegnatale nel copione. Rita Flores, artista e
attivista di 29 anni, già legata alle Pussy Riot e fuggita dalla Russia un mese fa, ha raccontato al Guardian di essere stata reclutata dall’Fsb dopo una perquisizione nel febbraio 2023. Gli agenti l’avrebbero minacciata di un procedimento penale e persino della morte della madre se non avesse collaborato. Il primo incarico: raccogliere informazioni su artisti e attivisti. Poi richieste più gravi, fino a un presunto piano per attirare in Serbia Pyotr Verzilov, ex compagno delle Pussy Riot, per rapirlo e ucciderlo.
Ieri gli Usa hanno approvato una vendita di sistemi di difesa aerea a Kiev per 2,6 miliardi di dollari e varato nuove sanzioni contro Mosca, per le quali il leader ucraino Volodomyr Zelensky ha ringraziato su X con un «Grazie America», mentre Medvedev ha parlato di «nefandezze russofobe». Gli attacchi russi hanno causato 11 morti. La Bielorussia conduce esercitazioni al confine con l’Ue e vengono segnalati droni sospetti in Gran Bretagna, Moldavia e Lussemburgo. Non è previsto un bilaterale Trump-Zelensky all’Onu, mentre potrebbero incontrarsi Lavrov e Rubio. Mosca ipotizza un futuro ritorno del gas russo in Germania attraverso AfD. Per Medvedev le sanzioni di Trump sono «nefandezze russofobe»
