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Politica estera

Trump sfida la Corte dell’Aja: sanzioni ai vertici della Cpi, nuovo scontro sulla sovranità Usa

Washington colpisce la presidente Akane e un alto magistrato. Al centro la giurisdizione della Corte sui Paesi che non aderiscono allo Statuto di Roma

President Donald Trump speaks as he meets with lifeguard Ryder Williams in the Oval Office of the White House, Monday, Aug. 17, 2026, in Washington. (AP Photo/Manuel Balce Ceneta) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Washington alza ulteriormente il livello dello scontro con la Corte penale internazionale. Gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro due esponenti di vertice dell’istituzione con sede all’Aja: la presidente giapponese Tomoko Akane e il giurista senegalese Abdoulaye Seye, senior trial lawyer della Corte. La decisione, annunciata dal segretario di Stato Marco Rubio, rappresenta una nuova escalation nella campagna avviata dalla Casa Bianca contro la Cpi.

Il punto centrale della contestazione americana è la giurisdizione della Corte. Washington non è parte dello Statuto di Roma e sostiene che la Cpi non possa esercitare la propria autorità nei confronti di cittadini o funzionari di Stati che non hanno accettato la sua competenza. Rubio ha accusato Akane e Seye di essere stati direttamente coinvolti negli sforzi della Corte per “investigare, arrestare, detenere o perseguire” funzionari di Paesi che non hanno consentito alla sua giurisdizione.

È l’ennesimo passaggio di una strategia che l’amministrazione Trump ha progressivamente irrigidito nei confronti della Corte penale internazionale, accusata da Washington di essere un’istituzione “corrotta” e “fatalmente politicizzata”.

Già durante il primo mandato di Donald Trump Washington aveva adottato misure contro funzionari della Corte, dopo l’apertura di un’inchiesta sui presunti crimini di guerra commessi in Afghanistan dalle forze statunitensi e da altri soggetti. La questione è tornata con forza durante la guerra di Gaza. Nel 2024 la Cpi ha emesso mandati d’arresto nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e di Yoav Gallant, oltre che di esponenti di Hamas.

Il fatto che tra i nuovi destinatari ci sia proprio Akane conferisce alla decisione un peso particolare. In qualità di giudice della Cpi, Akane è stata coinvolta nel procedimento relativo al mandato d’arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin. La scelta di colpire contemporaneamente la presidente e un alto rappresentante dell’accusa rafforza il messaggio politico: la contestazione americana mina il funzionamento stesso della Corte e la sua pretesa di esercitare la propria autorità oltre i confini degli Stati membri.

La risposta dell’Aja è arrivata immediatamente e ha assunto un tono altrettanto netto. La Corte penale internazionale ha definito le sanzioni statunitensi “una minaccia allo stato di diritto”. “Quando gli operatori giudiziari vengono minacciati per aver applicato la legge, è l’ordine giuridico internazionale stesso a essere messo a rischio”, si legge in un comunicato a firma Cpi.

Le sanzioni americane hanno anche una conseguenza pratica: colpendo individui, Washington può congelare eventuali beni soggetti alla giurisdizione statunitense e impedire alle persone designate di utilizzare il sistema finanziario americano. Il Dipartimento del Tesoro ha inoltre previsto una licenza temporanea che consente di completare determinate operazioni legate ad Akane fino al 17 settembre.

La partita, tuttavia, non si esaurisce nelle conseguenze finanziarie personali per i magistrati. Il vero obiettivo politico è più ampio: limitare il raggio d’azione di un organismo che Washington considera una minaccia alla propria sovranità e a quella dei suoi alleati.

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