Viva l’internazionale sindacalista. Ovvero, le alleanze, le simpatie e le alchimie fra sindacati di ultrasinistra, come i belgi gemellati con la Cgil che hanno sporcato le celebrazioni di Marcinelle, che risultati concreti negli ultimi anni hanno prodotto per i lavoratori?
Quali sono state, al di la’ di generiche manifestazioni di piazza o di pastasciutte antifasciste, le risposte che hanno plasmato per sfide complesse e articolate come i nuovi contratti, l’ingresso dell’IA nel mondo del lavoro, l’immigrazione illegale, il green deal che sta strozzando l’automotive di tutta Europa?
C’è il rischio che questo universo associativo stia assieme solo in nome di un generico anti-tutto, senza fare un passo concreto per le reali esigenze dei lavoratori?
Si prenda la Cfdt (Confederazione Democratica Francese del Lavoro) che si vanta di portare avanti un sindacalismo locale forgiato sulla sospensione della riforma pensionistica, che ha mobilitato milioni di lavoratori nelle piazza di mezza Francia sin dai primissimi mesi del mandato presidenziale.
Ma quale alternativa pratica hanno proposto ad un sistema, quello francese, che non è più in grado di pagare quelle pensioni?
È come il cane che si morde la coda, perché se una fabbrica non ha commesse, come può assumere o addirittura dire sì ad un aumento salariale?
Si prenda, inoltre, la madre di tutte le battaglie: il dossier automotive, su cui è deflagrato come uno tsunami il green deal imposto dalla dottrina Timmermans. Dov’erano i sindacalisti socialisti (quindi dello stesso partito del commissario olandese) quando si decideva di incaprettarsi all’elettrico e, quindi, al monopolio cinese delle batterie?
Oppure si prenda il sindacato britannico vicino al Labour Tuc (Trade Union Congress), che magari era distratto da altro quando Sir Keir Starmer ha fatto fuggire decine di multinazionali dal Regno Unito per le troppe tasse.
Quei colossi che hanno detto bye bye all’isola si sono portati con se’ contratti, indotto e investimenti. Ma per i sindacati rossi, quelli a cui non importa molto di creare le condizioni migliori grazie alle quali le imprese possono assumere, contano solo slogan e trombette. Proposte e programmi zero.
Anzi, come ribadito nel suo primo discorso a Downing street da Andy Burnham, uno che ha cambiato bandiera tante volte quanti sono stati gli ultimi 4 premier, la colpa del disastro attuale è solo «delle politiche thatcheriane e delle fallimentari politiche neoliberali».
Un disco rotto, di quelli tanto cari a Landini & co, incapaci di vedere il bicchiere mezzo pieno nonostante un atto rivoluzionario come il Decreto Primo Maggio, lo strumento con cui il governo Meloni ha ridato centralità alla contrattazione sindacale per combattere i contratti pirata.
