Mentre la stragrande maggioranza dei centri islamici italiani stimati in oltre 1.200 sale di preghiera, capannoni industriali e scantinati sparsi da nord a sud in città chiave come Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo, Bologna, Verona, Firenze, Genova, Bari, Venezia e Brescia continua a operare nel silenzio delle zone produttive o residenziali, il dossier dei grandi complessi monumentali entra in una fase cruciale. Non si tratta soltanto di edilizia religiosa, ma di una vera proiezione di potenza: un disegno che mira a riprogrammare la mappa identitaria del Paese. A comporre questo scacchiere sono quattro potenze straniere: Marocco, Turchia, Qatar e Arabia Saudita, impegnate in una lotta per l’egemonia e il controllo dei luoghi di culto.
Il Marocco punta su grandi progetti, come a Torino nell’area dell’ex fonderia Nebiolo: un polo da 17 milioni di euro, con moschea da mille metri quadrati, minareto alto venti metri e studentato per imam. Circa 8 milioni di euro provengono da un impegno personale del re; attraverso la Fondazione Mohammed VI, il sovrano sostiene i centri di culto in Italia per arginare correnti di islam diverso e promuovere il rito malikita. Su un fronte altrettanto aggressivo agisce la Turchia, in una guerra sotterranea di supremazia.
A Parma, in via Burla, la Comunità Islamica dell’Albania (KMSH) promuove un maxi-complesso da 1.600 fedeli e spazi commerciali; un’operazione che cela il braccio di ferro con Ankara, la quale usa la KMSH come testa di ponte per estendere la propria rete e imporre funzionari religiosi fedeli alla linea della Mezzaluna. Questa strategia di penetrazione si intreccia con le manovre delle monarchie del Golfo. Il Qatar ha inondato l’Italia con decine di milioni tramite fondazioni come la Qatar Charity per finanziare centri vicini ai Fratelli Musulmani, alimentando una rete ramificata. L’Arabia Saudita, dopo la stagione dei fondi salafiti e l’erezione della moschea di Roma, stringe oggi una morsa sulla predicazione e formazione degli imam. A questo mosaico si aggiunge il discusso progetto della maxi-moschea di Mestre, un’opera da 10-20 milioni di euro. Ufficialmente la macchina finanziaria poggia su un crowdfunding e su un tariffario che promette ai fedeli bengalesi una casa in Paradiso per donazioni di almeno 500 euro.
Dietro la narrazione spontaneista l’opacità dei bilanci alimenta il sospetto di canali di finanziamento occulti. Nelle grandi città del Nord, questa avanzata incontra barriere politiche: a Milano l’iter per la moschea di via Esterle è bloccato tra ricorsi e stallo istituzionale, mentre in Veneto i progetti si infrangono contro vincoli urbanistici e leggi regionali restrittive. Sotto la lente della sicurezza finiscono anche i centri non a norma, a partire dall’associazione Al Nur di Parma e dal Milan Muslim Center in via Guido Cavalcanti a Milano, ricavati in immobili privi di cambio di destinazione d’uso urbanistico, fino alle discusse sale irregolari di via Padova e via Paruta e ai capannoni industriali nelle aree produttive di via Lussemburgo a Verona e di via Pontevigodarzere a Padova. Dietro la facciata associativa si muovono agende estere che sfruttano le faglie normative del nostro ordinamento. Enormi flussi di denaro che rendono ormai non più rinviabile un monitoraggio capillare a tutela della sicurezza nazionale.
