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Politica internazionale

La “sorellanza” tra Giorgia e Mette. Anche sugli immigrati

L’abbraccio con Sanae Takaichi è diventato il simbolo di un reciproco riconoscersi

Asse La premier Giorgia Meloni insieme alla sua omologa danese Mette Frederiksen

In Giappone il corpo non si tocca, ci si inchina, e con una grammatica esatta: quindici gradi per il saluto, trenta per il rispetto, quarantacinque per chiedere scusa. È un galateo costruito per difendere la distanza, perché lo spazio è una forma di gentilezza. Poi Giorgia Meloni incontra Sanae Takaichi e le due si abbracciano. Non sta nel protocollo. È lì che bisogna guardare. Per anni ci hanno spiegato che la politica estera di Meloni fosse una questione di sguardi. L’ammiccamento con Trump, la sintonia con Musk, la complicità con Milei. La tesi non detta è sempre la stessa e ha qualche secolo di barba: se una donna ottiene qualcosa da un uomo di potere, allora deve averlo sedotto. La versione aggiornata della favola in cui Angelica non vince mai per intelligenza ma per bellezza, e il cavaliere che la insegue non è mai responsabile della propria stupidità. Non funziona, anche perché Giorgia Meloni più che Angelica è Bradamante.

Il libro mastro quindi racconta un’altra storia. Le alleanze più solide, quelle che durano e producono documenti, Meloni le ha costruite con le donne. Copenaghen dista da Roma 1903 chilometri e in mezzo c’è tutto: una socialdemocratica del Nord e una conservatrice del Mediterraneo, due biografie che non avrebbero dovuto incrociarsi mai. Mette Frederiksen e Giorgia Meloni invece si telefonano, si scrivono, si vedono. Sull’immigrazione vanno a braccetto da quattro anni, cioè da prima che diventasse di moda ammettere che avevano ragione loro. Non è ideologia, è artigianato. Hanno imparato a lavorare per dossier e non per appartenenza, a costruire maggioranze che cambiano forma ogni volta, tirando dentro Berlino e Varsavia e lasciando fuori Parigi e Madrid senza il gusto della vendetta. Si chiama fare le cose. A Bruxelles quella strana coppia è ormai un fatto politico. Poi c’è Lampedusa. Settembre 2023, l’isola simbolo degli sbarchi, e Ursula von der Leyen che scende dall’aereo perché è Meloni ad averla portata lì. Le due camminano dentro l’hotspot davanti alle telecamere.

Quel giorno il Mediterraneo smette di essere una faccenda italiana. Non chiamatela «sorority» o sorellanza. Quello che Meloni pratica è più vecchio e meno sentimentale. Si chiama alleanza. Frederiksen non deve niente alla destra italiana. Von der Leyen viene da un altro mondo. Takaichi arriva da un arcipelago che ha fatto del pudore un’arte. Sono donne che hanno dovuto imparare la stessa cosa: come si sta dentro una stanza dove nessuno ti aspettava. È una piccola rivoluzione che ci si sforza di non vedere.

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