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Remigrazione, inganno generale

Smettiamola intanto di rendere comodo l'arrivo, perché una porta spalancata non è generosità, è incoscienza travestita da bontà

Remigrazione, inganno generale
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I fatti di Belfast sono noti, e chi non li conosce se li vada a guardare, perché la realtà va guardata, con pietà ma va guardata. Un sudanese ha provato a segare il collo a un irlandese in mezzo alla strada, con un coltello da cucina, mentre i vicini accorrevano e uno gli rovesciava in testa una badilata per staccarlo dalla vittima. Tutto filmato, tutto rimbalzato sui social fino a venti milioni di occhi, perché oggi nulla accade senza che qualcuno lo riprenda. E qui sta il punto che mi costa di più. L'uomo che impugnava la lama non era un clandestino sbarcato di frodo, ma un rifugiato, uno a cui avevamo aperto la porta noi, venuto a cercare riparo in casa nostra e in casa nostra deciso a portare via una testa. Ripeto la parola perché pesa come un macigno: profugo, non clandestino.

Mi sono tornate alla memoria le immagini dei primi anni Duemila, quando l'islam cominciò ad affacciarsi nelle nostre vite e io le decapitazioni le sbattevo in copertina, prendendomi insulti a camionate, non per il gusto del sangue ma perché davanti a quelle lame bisogna avere paura, una paura intelligente e organizzata, di quelle che ti tengono sveglio invece di addormentarti come le dieci vacche della favola africana, che fingono di dormire una alla volta pur di non sentire il leone che sbrana la compagna accanto. Belfast è il leone, e noi continuiamo a contare le pecore.

E qui mi tocca allargare lo sguardo, perché stavolta non c'entra soltanto l'islam, anche se l'islam resta la lama più affilata. Lo ha spiegato Mathieu Bock-Côté sul Figaro, e ha ragione da vendere: la società multiculturale, sotto la spinta dell'immigrazione di massa, non diventa la convivenza arcobaleno che ci avevano promesso, ma assume il volto hobbesiano della lotta di tutti contro tutti, dove ognuno si rinserra nella propria tribù. Belfast non è un incidente di percorso, è una prova generale. «L'Irlanda del Nord, domani, potrebbe essere il nostro avvenire», avverte il sociologo quebecchese, e a me corre un brivido lungo la schiena, perché è quello che andavo ripetendo vent'anni fa, quando mi davano del seminatore di odio e del profeta di sventura. Eravamo in tanti a dirlo, e ci hanno riso in faccia.

Detto questo, e qui comincio a darmi torto da solo, c'è una parola che gira da mesi con lo stesso sapore di uno slogan: remigrazione. Vannacci la pronuncia, e dice cose chiare, le dico chiare pure io. Soltanto che nessuno spiega come diavolo si fa. Sono un milione, forse di più. Che facciamo, dichiariamo guerra a un milione di islamici e ai loro sostenitori? Li carichiamo sui transatlantici senza gasolio, vecchi e bambini per mano, e li spediamo dove? Chi la esegue, materialmente, questa deportazione di popoli? Non c'è riuscito neppure Trump, con tutte le sue ruspe e le sue milizie, a rispedire indietro l'America che voleva rispedire. Mezzo milione di quei disgraziati merita davvero di tornarsene a casa, perché delinque, perché odia la mano che lo ha sfamato. Ma l'altro mezzo milione no, e io sulla stessa nave non ce lo carico. Evitiamo gli slogan gridati in branco, evitiamo la disumanità, che è la tagliola in cui loro vorrebbero vederci cadere, per dimostrare al mondo che i barbari siamo noi.

Allora rimetto i piedi per terra, da uomo che ha paura e se ne vanta. Il problema è gravissimo e risolverlo del tutto è impossibile, e chi promette la soluzione facile mente. Però qualcosa di serio si può fare, eccome. Smettiamola intanto di rendere comodo l'arrivo, perché una porta spalancata non è generosità, è incoscienza travestita da bontà. Chi sbarca senza un tetto e senza un mestiere lo si mette a lavorare, e se rifiuta di lavorare e di rispettare le nostre regole, allora fuori, senza tante cerimonie. Chi delinque lo si sbatte fuori il giorno stesso, e i loro Paesi non se li rivogliono indietro? Benissimo, si mettano sotto sanzione, fino a che non riaprono gli aeroporti ai loro figli. Non chiamatela crudeltà, chiamatela reciprocità, che è la cosa più cristiana che conosca dopo il perdono.

Mi vengono idee bislacche, lo confesso, e le affido a voi perché le raddrizziate. Una però ce l'ho limpida. Serve un po' di paura a noi, quella sveglia, che ci impedisce di morire da pirla con il sorriso multiculturale stampato in faccia. E serve molta più paura a loro: non quella delle onde del mare, che non ha mai fermato nessuno e mai fermerà chi parte disperato, ma quella delle regole. Regole che esistano davvero, che abbiano i denti, da rispettare da chi arriva e da chi accoglie.

Il giorno in cui un profugo avrà più timore di violare una legge italiana che di affogare nel Mediterraneo, avremo ricominciato a essere un popolo. E forse, soltanto allora, un popolo capace di voler bene per davvero a chi ha tutto il diritto di restare.

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