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Politica

Al G20 o a Mosca: scontro sul vertice Zelensky-Putin

Il leader ucraino propone un incontro a Miami. Il Cremlino: “Se vuole, venga lui in Russia”

Scontro aperto Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e quello russo Vladimir Putin: un incontro faccia a faccia potrebbe dare una svolta al conflitto ma lo Zar rifiuta ancora ogni possibile confronto

Zelensky ha annunciato che sarebbe disposto ad andare a Miami, al G20 di dicembre, se Putin decidesse di andarci. Una frase semplice, quasi da agenzia di viaggi, che però contiene tutta la geometria impossibile della guerra: due uomini che non si parlano, due Paesi che si combattono e un vertice internazionale trasformato, almeno nelle intenzioni ucraine, nel possibile salotto di un incontro. «Dobbiamo andarci, incontrarci, parlare e prendere decisioni», ha detto alla Deutsche Welle. E, cosa ancora più significativa, ha aggiunto che le parole conterebbero poco. Non importa ciò che lui direbbe a Putin, né ciò che Putin direbbe a lui: contano i risultati. È una dichiarazione che prova a sottrarre il negoziato alla liturgia delle dichiarazioni. Ma il problema è che, prima dei risultati, bisogna trovare il luogo. E qui comincia la commedia diplomatica. Il Cremlino non ha nemmeno deciso se Putin andrà a Miami. Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo per la politica estera, ha fatto sapere che la questione non è stata discussa. Il portavoce Peskov ha aggiunto che, se Zelensky vuole davvero incontrare Putin, può andare a Mosca. Sergej Lavrov ha ricordato che durante eventuali negoziati l’operazione militare non verrebbe sospesa, tant’è che si procede al reclutamento di 1.000 uomini al giorno.

E a proposito di numeri, Zelensky sostiene che per affrontare l’inverno l’Ucraina avrebbe bisogno di oltre 100 missili Patriot al mese. La Russia, secondo i dati forniti dal presidente ucraino, ne produce circa 140 balistici al mese. La matematica della guerra è una disciplina crudele: per abbatterli tutti, spiega il leader di Kiev, servirebbe un numero ancora maggiore di intercettori. Ma gli Usa hanno capacità produttive limitate e l’Europa deve decidere quanto sostegno trasformare dalle parole in materiale militare. Il problema è che i missili russi arrivano molto più rapidamente delle decisioni occidentali.

A Kiev, intanto, a margine della Yalta European Strategy, si sono incontrati i consiglieri per la sicurezza nazionale di Italia, Regno Unito, Germania e Francia con le controparti ucraine. Per Roma c’era Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico e National Security Adviser di Giorgia Meloni. Al centro, le prospettive del negoziato e gli esiti delle recenti missioni a Mosca e Kiev degli inviati americani Witkoff e Kushner. L’Europa, hanno ribadito le parti, non può essere un osservatore del negoziato perché la sicurezza europea sarà una delle sue conseguenze più concrete.

Fuori dalle stanze c’è il rumore dei droni. Le forze di Kiev hanno bombardato lo stabilimento Tolyattikauchuk, nella regione russa di Samara. L’impianto produce gomma sintetica e materiali destinati anche all’industria militare. A Taganrog è stato colpito l’aeroporto militare, hub per la manutenzione dei micidiali Sukhoi Su-57. Mosca sostiene di aver danneggiato due navi da carico nel porto di Chornomorsk, acciaierie e stabilimenti metallurgici. Kiev ha centrato una nave nemica a Sochi. Il bilancio degli attacchi è di 11 morti tra i civili a Kryvyi Rih, Odessa, Sumy, Dnipro, Zaporizhzhia, Kramatorsk, Zhytomyr (deceduto un bimbo) e Belgorod.

Sul fronte delle indagini, le autorità tedesche ipotizzano il coinvolgimento di un esponente del Gru russo, identificato come «Oleg», nei preparativi del fallito attacco all’aeroporto di Lipsia del 4 agosto. Nel frattempo l’esercito ucraino condivide con quello Usa le proprie tattiche avanzate sui droni durante un’esercitazione in Germania.

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