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Araghchi ci crede: "Accordo vicino". Ma manca ancora l'ok di Khamenei

Smentite e propaganda in attesa dell'ayatollah

Araghchi ci crede: "Accordo vicino". Ma manca ancora l'ok di Khamenei
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Smentite, annunci bellicosi, dettagli diffusi per alimentare la propaganda di una vittoria del regime nelle trattative. Dall'Iran arrivano voci confuse sull'intesa annunciata da Donald Trump e che attende ancora il pronunciamento decisivo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei. L'approdo di un testo concordato nelle mani del leader della Repubblica islamica potrebbe non essere immediato, visto che Khamenei è ancora nascosto e ferito e i messaggi Whatsapp impiegano anche 48 ore per essere recapitati a causa del funzionamento a fasi alterne di Internet, come hanno riferito alcuni diplomatici all'agenzia Bloomberg.

A metà del pomeriggio italiano di ieri è stato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, uno dei principali negoziatori, a chiedere ai media di evitare di "formulare speculazioni" sui contenuti dell'intesa, spiegando che "il Memorandum di Islamabad non è mai stato così vicino alla conclusione" e che "tutti i dettagli saranno resi pubblici a tempo debito". Il messaggio è stato rilanciato sui social da Trump, segnale importante. Più tardi anche il portavoce degli Esteri, Esmail Baghaei, ha confermato: "Siamo nelle fasi finali dia revisione interna del testo".

Eppure per tutta la giornata, dagli organi di regime, dalle agenzie di informazione e dai leader religiosi iraniani si sono susseguite dichiarazioni capaci di spegnere ogni entusiasmo. L'agenzia di stampa Fars, vicina alle Guardie della Rivoluzione, spiegava che "il processo di valutazione e decisione dell'Iran a proposito di un accordo non è ancora stato completato", e smentiva le notizie di un annuncio entro domani e della scelta di Ginevra come sede per la firma di un'intesa con gli Stati Uniti, parlando di "errata interpretazione delle proposte e dei desideri statunitensi". Poche ore prima una serie di dettagli sul testo del possibile memorandum venivano diffusi, dai 14 punti, poi smentiti da Trump, ad altri particolari. L'agenzia Tasnim, anch'essa affiliata ai pasdaran, si preoccupava di far passare il regime di Teheran come vincitore, spiegando che "le pressioni statunitensi non sono riuscite a far cambiare idea al Paese". L'agenzia Irna, che fa capo al ministero della Cultura, aggiungeva che la bozza "non prevede che cediamo il controllo dello Stretto di Hormuz". L'agenzia Mehr precisava che nel testo sarebbe incluso lo sblocco di 24 miliardi dei fondi iraniani congelati.

I toni più bellicosi sono arrivati dai leader della preghiera del venerdì. Nella città di Ahvaz, l'imam Mohammad Mousavifard ha affermato che qualsiasi ritirata sul "fronte statunitense e israeliano" è "proibita e inaccettabile". A Karaj, l'imam Mohammad Hamedani aggiungeva che "i negoziati condotti sotto minaccia equivalgono ad accettare la paura e a ritirarsi di fronte al nemico, e non porterebbero alcun beneficio".

Il parlamentare Mahmoud Nabavian definiva la bozza una "pura sconfitta": "Parlare di vittoria con questo testo vago e dannoso è completamente sbagliato". Posizioni divergenti, che rispecchiano le divisioni fra le varie anime del regime. In attesa di capire quale sarà la linea definitiva di Teheran.

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