Si riaccende la crisi a Hormuz. Tregua a rischio, raid incrociati e scambi di accuse tra Usa e Iran sulla violazione dell'accordo sottoscritto il 17 giugno scorso. Il fragile cessate il fuoco, volto a porre fine a mesi di ostilità, è messo alla prova. Un'operazione statunitense ha preso di mira siti di comunicazione e difesa aerea iraniani, depositi di droni e infrastrutture per la posa di mine a seguito di quello che ha definito un attacco a una petroliera nello Stretto. Si tratta della seconda ondata di bombardamenti americani, con lo scopo di indebolire la capacità dell'Iran di colpire il traffico marittimo commerciale. I media statali iraniani hanno affermato che alcuni proiettili hanno causato esplosioni nei porti di Sirik e Bandar Lengeh, nello Stretto, e sull'isola di Qeshm, nel Golfo Persico. Tutti e tre i siti ospitano installazioni militari.
Il presidente Trump, in una dichiarazione sui social, ha lasciato intendere che la sua pazienza è al limite. "Potrebbe arrivare un punto in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato con grande successo", ha scritto. "Se ciò accadesse, la Repubblica Islamica dell'Iran cesserebbe di esistere!". Dopo i raid americani, l'Iran ha fatto sapere di aver preso di mira basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, dove sono scattate le sirene antiaeree. Il Kuwait ha affermato di aver intercettato due missili balistici. Mentre i pasdaran hanno annunciato che intensificheranno i controlli sulle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, un tempo punto di transito di circa il 20 per cento del petrolio mondiale. Ieri sera la notizia che Usa e Iran avrebbero concordato di interrompere gli attacchi a Hormuz e vedersi domani a Doha.
Gli attacchi reciproci hanno aumentato la pressione su un accordo già in bilico a causa dei continui combattimenti in Libano e del disaccordo sulle ispezioni sui siti nucleari iraniani. Teheran ha fatto sapere di essere determinata a difendere la propria sovranità. E i pasdaran hanno lanciato un avvertimento: "Le basi Usa nella regione del Golfo vivranno un inferno nei prossimi giorni". Hanno affermato anche che ulteriori azioni riceveranno una "risposta implacabile". Un ciclo di colloqui, guidati dal vicepresidente JD Vance e dal presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, si è tenuto in Svizzera una settimana fa. Ma da allora i combattimenti sono ripresi. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che "qualsiasi intervento o azione unilaterale non farebbe altro che aggravare la situazione e ritardare la riapertura dello Stretto di Hormuz su cui manterremo il controllo esclusivo per 30 giorni".
L'attacco alla petroliera di sabato nello stretto ha fatto seguito a quello di giovedì contro una nave mercantile: l'ultima escalation. Ma Araghchi ha ribadito che la responsabilità di riportare il traffico marittimo nello stretto ai livelli prebellici spetta esclusivamente a Teheran.
Nel frattempo Washington ha promosso una rotta meridionale lungo la costa dell'Oman, mentre l'Iran, che mira a imporre tariffe per l'uso dello stretto, vuole che le navi si servano di una rotta settentrionale sotto il suo controllo. Per Teheran il diritto di gestire il traffico nello stretto spetta a loro, in base a una loro interpretazione della formulazione ambigua della quinta clausola dell'accordo preliminare.