Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:35
Politica

Finalmente alla Crusca va di traverso lo “storytelling”

Ma cosa sono lo storytelling e la “narrazione”? Sono parole utili ai politici per nasconde la verità nuda e cruda. Con un po’ di storytelling e di “narrazione”, le riforme sbagliate o le tasse sembrano simpatiche fiabe

Leggi e diventa ignorante. Troppi libri brutti rovinano la salute mentale

«Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!» tuonava Nanni Moretti in Palombella rossa (1989). Era arrabbiato. Figuriamoci se avesse ascoltato torme di sedicenti intellettuali riempirsi la bocca di storytelling, «narrazione» e «narrativa di finzione». Si sarebbe strappato i capelli in preda a un esaurimento nervoso.

Paolo Martini (Adnkronos) segnala una precisazione dell’Accademia della Crusca relativa a un’espressione che circola ormai ovunque: «narrativa di finzione», appunto. Vittorio Coletti, accademico e professore emerito di Storia della lingua italiana, ha risposto a un lettore romano con verdetto netto: italiano zoppicante, meglio lasciar perdere. Il motivo è semplice: «finzione» significa anche inganno, trucco, apparenza. «Narrativa di finzione» rischia così di suonare come «narrativa per finta». Colpa del calco dall’inglese fiction, importato con la disinvoltura di chi traduce un’insegna senza aprire il dizionario. Il rimedio è elegante quanto ovvio: «narrativa d’immaginazione», o meglio «narrativa letteraria», espressione che esisteva già ed era perfino un po’ ridondante. La parola «narrativa» indicava già di per sé le opere di invenzione letteraria. Le specificazioni riguardavano semmai la lingua, l’epoca o la corrente.

Ma cosa sono lo storytelling e la «narrazione»? Sono parole utili ai politici per nasconde la verità nuda e cruda. Con un po’ di storytelling e di «narrazione», le riforme sbagliate o le tasse sembrano simpatiche fiabe. Prendi un dettaglio qua, un dettaglio là. Leghi tutto con uno storytelling conveniente e la fregatura è pronta. Terribile è la moda quando tocca le parole. L’Accademia tocca in effetti un nervo scoperto e molto più ampio. Proliferano parole perfettamente inutili, come abbiamo appena visto, ed espressioni perfettamente sbagliate. Avrete di certo notato il «piuttosto che» più invadente della rucola nella cucina anni Ottanta e usato ormai a casaccio.

Per giunta, le innovazioni, chiamiamole così, sono meno chiare degli equivalenti italiani che dovrebbero sostituire: non si guadagna in precisione. È solo simulazione di una inesistente profondità di pensiero. Chi dice «narrativa di finzione» invece di «romanzo» o «racconto» non ne sa una più del diavolo. È solo vittima consenziente di una cattiva abitudine. Volendo si potrebbe riempire un libro con gli esempi di espressioni tragicomiche. Diretta live, fake news, board, skillato, location, step successivo, trend, rendicontare (nel senso di riferire), resiliente (nel senso di capace di reagire o tenace), assolutamente sì, nella misura in cui, un attimino... Il campionario degli orrori linguistici è molto lungo. Meno male che la Crusca, ogni tanto, ci ricorda una cosa semplice: le parole italiane, quando esistono già, bastano e avanzano.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.