Politica

L'Isis torna a Kobane Battaglia con i curdi e accuse alla Turchia

Bandiere nere alle porte del luogo simbolo della resistenza. Massacro fra i civili: uccisi 23 donne e bimbi. «I miliziani arrivano da Ankara»

Da ieri notte le bandiere nere del Califfato sono tornate a sventolare alle porte di Kobane. E i suoi tagliagole a combattere dentro la città curda. La notizia, con il suo corollario di morte e stragi - tra cui quella di un gruppo di 23 tra donne e bambini curdi massacrati a sud della città - non è di per sé una grande sorpresa. Da giorni i portavoce dell'organizzazione terroristica annunciavano un'offensiva in concomitanza con il mese sacro del Ramadan. E il fatto che l'abbiano lanciata proprio a Kobane, la città dove erano stati messi alla porta dai miliziani curdi, non può stupire. Neppure scoprire che gli autori del blitz sono passati dal territorio turco, come ripetono in queste ore curdi e siriani, sarebbe una grande sorpresa. Da mesi, infatti, i media di Ankara documentano i legami e le connivenze della Turchia di Erdogan con i terroristi del Califfato. Infine neppure le modalità dell'assalto sorprendono più di tanto. Come già un mese fa a Ramadi anche a Kobane e a Hasaka, l'altra città curda del nord est siriano dove il Califfato è all'offensiva, i militanti dell'Isis utilizzano kamikaze e mezzi blindati imbottiti d'esplosivi per penetrare le difese curde.

Detto questo il ritorno del Califfato a Kobane è però lo «specchio» dell'inadeguatezza e delle debolezze di un Occidente preoccupato soltanto di delegare ad altri la battaglia contro il proprio peggior nemico. Oggi, 26 giugno 2015, quello specchio si chiama Kobane, ma prima e altrove si è chiamato Palmira e Ramadi, Sirte e Mosul. Per capirlo basta ripercorrere la storia di questo annus horribilis segnato dagli orrori di Al Baghdadi e dei suoi scagnozzi. Quando nel giugno 2014 lo Stato Islamico conquista Mosul massacrando cristiani, sciiti e yazidi i governi occidentali s'illudono di poter rimettere le cose a posto regalando qualche arma ai curdi e scaricando bombe a casaccio. E anche quando le teste mozzate degli ostaggi ricordano che in fondo l'obbiettivo finale restano le nazioni occidentali, la reazione non è migliore. Da Parigi a Washington, da Londra a Roma tutti preferiscono illudersi che sacrifici e lavoro sporco possano esser lasciati agli iraniani, alle milizie sciite irachene, ai soldati di Bashar Assad o ai curdi sparsi tra Kobane, Erbil e Kirkuk. In Libia, dove le bandiere nere del Califfato avanzano da Derna a Sirte e da Sirte verso Tripoli non va diversamente. Anche lì - mentre le decapitazioni di copti egiziani ed etiopi cristiani insanguinano le spiagge del Mediterraneo, mentre le minacce a Italia e Vaticano si fanno quotidiane, mentre l'Isis mette in fuga le milizie di Misurata e dilaga verso occidente, i governi occidentali preferiscono illudersi che qualcuno possa prendersi il disturbo di affrontare il nemico per loro conto. Ora lo «specchio» di Kobane, in cui vediamo riflessi non solo gli orrori del Califfato, ma anche la nostra incapacità di fermarli, ci segnala nuovamente che la strategia occidentale non funziona. E la sconfortante situazione dell'intero fronte siriano iracheno non fa che confermarcelo. Lì dopo dieci mesi di raid aerei - con quasi 2500 incursioni in Irak e oltre 1500 in Siria - la situazione è ben più grave di un anno fa.

In Siria lo Stato Islamico si è pappato metà dei territori di Bashar Assad. In Irak si è allargato dalla provincia di Mosul a quella di Anbar e bussa alle porte di Baghdad. Per questo alla fine l'unica soluzione in grado di fermare lo Stato islamico sembra essere quella che per un anno abbiamo cercato di evitare. Ovvero rimettere piede in Medio Oriente, sostenere con i nostri soldati chi come curdi, milizie sciite ed esercito siriano non sembra da solo in grado di fermare l'avanzata del terrore. Una prospettiva da far tremar i polsi, ma che rischia, se andrà avanti così, di rivelarsi tanto terribile quanto dannatamente inevitabile.

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