"Non c'è gerarchia coi bianchi al vertice. Però le differenze restano invalicabili"

La Cecla: "Il bianco è diverso dal nero, e i neri sono diversi tra loro"

"Non c'è gerarchia coi bianchi al vertice. Però le differenze restano invalicabili"

Primo paradosso: «Le razze non esistono, ma il bianco, anche se vuole, non può diventare nero o cinese». Seconda riflessione: «Come mai i neri d'America dopo cinquecento anni non diventano bianchi?»

Franco La Cecla, antropologo, professore a Berkeley, a Barcellona, al San Raffaele e oggi alla Naba di Milano, allarga ancora il perimetro dei suoi ragionamenti: «Solo i Gesuiti pensavano che tutti gli uomini fossero uguali. In effetti Matteo Ricci andò in Cina ma converti a stento qualche persona».

Non si tratta di essere pessimisti, ma di pesare la realtà per come si presenta: «La parola razza, che prevede un mondo gerarchico con i bianchi al vertice, dà un'idea sbagliata. Ma le semplificazioni non aiutano a capire».

L'antropologo si muove in questa terra di mezzo, estesissima e dai confini non ben disegnati. La Cecla la prende da lontano: «Il bianco è diverso dal nero e i neri sono assai diversi fra di loro. Io sono di ritorno dal Sudafrica e il Sudafrica non è paragonabile con altri paesi del continente nero».

Questo non scalfisce le premesse: «Oggi sappiamo che tutti gli uomini sono uguali, i caratteri fondamentali sono gli stessi. Dna e cromosomi non cambiano che tu sia banco o nero».

Poi però cominciano le distinzioni. Basta intendersi sulle parole: «Noi antropologi - riprende La Cecla - diciamo che si tratta di differenze culturali. Il problema è che le differenze culturali hanno a che fare con l'ereditarietà, con l'ambiente, con la realtà in cui si cresce, con i caratteri secondari della biologia. E non sono facilmente superabili».

Insomma, siamo tutti uguali ma anche no. «Proveniamo da un ceppo comune, ma ci siano evoluti in mille modi. Prenda la costruzione della società nel mondo musulmano e in quello occidentale. Il musulmano ragiona per clan, per parentele, noi invece diamo più peso all'amicizia. Il migrante musulmano che arriva da noi non crea reti di rapporti, ma riproduce il suo habitat». È l'ultimo paradosso offerto dall'intellettuale: «Gli individui possono anche essere uguali, ma le società spesso marcano, differenziano, dividono. L'integrazione è una storia lenta: gli italiani d'America ce l'hanno fatta, ma ci sono volute tre o quattro generazioni. E il lieto fine non è scontato».

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