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Tra prove di forza e resa l'integrazione che non c'è

Ogni volta che gli islamici si inginocchiano ad Allah in una piazza o celebrano una festa in strada lanciano un messaggio chiaro a tutti noi. È un'occupazione

Tra prove di forza e resa l'integrazione che non c'è

Sono gli spazi che si restringono. Le scuole che, a leggere i cognomi, non ce ne è più uno italiano. Le piscine che chiudono per consentire solo l’accesso alle donne che indossano il burkini. Le aule degli spazi pubblici che rimuovono i crocifissi. I quartieri che la sera, davanti ai bar con insegne in arabo, si riempiono di uomini, solo di uomini, e le poche donne non velate, che hanno il coraggio di passare per tornare a casa, si sentono gli occhi addosso, a volte pure i commenti e persino le mani. I treni dei pendolari che a certe ore contano più lame che biglietti. Ma sono anche le piazze e i sagrati delle chiese che, sempre più spesso, diventano moschee a cielo aperto. E pure le strade, non solo periferiche ma anche centrali, che diventano un colpo d’occhio di bandiere nere e verdi, di riti violenti e preghiere in una lingua lontana, di recinzioni e di donne in burqa. È il volto delle nostre città che cambia. È l’Occidente che perde spazio vitale.

Se fino a pochi anni fa si trattava solo di alcuni quartieri con un’infilata di macellerie halal, minimarket aperti a tutte le ore e palazzoni di edilizia popolare deturpati da antenne abbarbicate su balconi scrostati, oggi i metri quadrati ceduti sono sempre di più e ci fanno sempre più da vicino, fino a farci provare l’inquietante sensazione di essere noi minoranza. Non è solo una questione di numeri o di proiezioni sulla natalità. Certo, loro fanno più figli, e noi ne facciamo sempre meno. È già successo in Francia e nel Regno Unito dove, nonostante siano già alla terza o quarta generazione, l’integrazione tanto decantata dagli ultrà dell’accoglienza non c’è ancora stata (e mai ci sarà). E qui veniamo all’altra faccia del problema.

Sono in corso una prova di forza, la loro, e una resa totale, la nostra. Ogni volta che gli islamici si inginocchiano ad Allah in una piazza o celebrano una festa in strada lanciano un messaggio chiaro a tutti noi. È un’occupazione. Un pezzettino alla volta, un metro alla volta. E ogni volta che noi cediamo terreno, che concediamo spazi, che rinunciamo alla nostra identità, perdiamo una parte di noi. Una resa incondizionata che passa anche da scelte profondamente ideologiche come quella di riservare alle musulmane un’intera piscina, anche se solo per una fascia oraria, o di portare gli studenti in gita a pregare in moschea e o prendere lezione da un imam in un centro culturale islamico. I buonisti la chiamano inclusione. Ma è soltanto sottomissione. Una sottomissione che rischia di essere il preludio di un inesorabile declino, il nostro.

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