Il medico a bordo della Iuventa: "L'ong cerca soltanto visibilità"

Il capo dei medici di bordo Paolo Narcisi: "Agivano in cerca di visibilità"

Il medico a bordo della Iuventa: "L'ong cerca soltanto visibilità"

«Quella nave correva troppi rischi, caricavano troppe persone in contemporanea e per avere visibilità non facevano squadra con altre Ong». Paolo Narcisi spiega così perché la sua associazione, «Rainbow for Africa», ha ritirato a maggio i suoi medici dalla missione a bordo della Iuventa, la nave sequestrata due giorni fa. Narcisi, medico con una lunga esperienza di cooperazione umanitaria che con «Rainbow for Africa»da Torino ha portato in tutti i teatri di guerra e di sofferenza del mondo il proprio impegno medico, concede però ai giovani tedeschi della Ong Jugend Rettet il beneficio della buona fede: «Non credo che siano criminali».

Eppure avete interrotto i rapporti

«Per una questione di sicurezza. Con la loro nave da 33 metri ci si è trovati ad avere 400 persone a bordo e 1500 aggrappate alle murate. Così rischiano tutti, anche gli equipaggi. E poi a maggio abbiamo capito che l'Europa si preparava a sterilizzare il flusso di migranti dal Mediterraneo come in Turchia e abbiamo deciso di spostarci negli enormi campi profughi in Ciad, dove c'è una sofferenza spaventosa».

Dall'inchiesta di Trapani emerge in effetti l'iperattivismo della Iuventa, ma anche contatti con gli scafisti

«Fatico a crederlo, attorno ai barconi è pieno di spazzini del mare, forse parlavano con loro. Noi comunque abbiamo fatto delle critiche tecniche».

Ma il dottor Stefano Spinelli, coordinatore della vostra missione, ha mandato una mail alla Guardia Costiera dicendo che si «dissociava formalmente» dai tedeschi perché agivano a sole 13 miglia dalla Libia e aggiungendo: «Questi rappresentano un pericolo».

«Il dottor Spinelli è una persona molto cauta. Però è vero che abbiamo avuto a che dire sulla professionalità. Ragazzi volenterosi, ma con l'ansia di apparire i più bravi del mondo».

È solo un problema di limiti dei mezzi che hanno a disposizione?

«Non solo, noi suggerivamo loro di correggere alcuni comportamenti, ad esempio di fare squadra con le altre Ong di soccorso in mare. Loro si rifiutavano di cambiare metodi e di prendere accordi con altre associazioni».

E perché non lo facevano?

«C'è un problema di rapporti con i donatori».

Cercavano visibilità?

«Sa, non è semplice gestire queste missioni. Diciamo che loro intervenivano sempre a sirene spiegate. Certo, il rapporto con i donatori è fatto anche di questo, assomiglia un po' a quello dei tifosi con la squadra di calcio: vogliono vedere che sono i loro campioni a decidere la partita».

La sensazione è che nel Mediterraneo sia scattata una specie di competizione per mettersi in mostra e accaparrarsi finanziamenti.

«Su questo non voglio dare giudizi. Di certo non è con questo scopo che abbiamo agito noi e che agiamo in tutto il mondo».

In effetti, a differenza di altri team medici, voi non vi siete esposti con posizioni «politiche».

«È così».

Ma dalla inchiesta risulta invece che la Jugend Rettet avesse una certa impostazione

ideologica, ad esempio hanno esposto un cartello di insulti contro la Guardia costiera italiana.

«Atteggiamenti bambineschi che gli rimproveravamo. Chi fa cooperazione sa che bisogna collaborare con le autorità».

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