A fare notizia è lo scontro pubblico a favore di telecamere tra maggioranza e opposizione, anche se il vero nodo della riforma della legge elettorale sta soprattutto nel braccio di ferro sotterraneo tutto interno al centrodestra. Il primo fronte ieri ha avuto ampio spazio anche grazie al segretario di +Europa Riccardo Magi, che si è fatto espellere dall'Aula della Camera evocando il colpo di Stato e mostrando un maxi-facsimile della scheda con la scritta "il tuo voto non conta". Il secondo fronte resta in buona parte dietro le quinte, nonostante il nodo delle preferenze sia certamente il passaggio più difficile da superare per i partiti di governo. Se sul proporzionale con premio di maggioranza l'accordo è infatti chiuso da tempo, sulla reintroduzione delle preferenze Fratelli d'Italia continua a essere favorevole mentre Forza Italia e Lega rimangono fermamente contrarie. E Futuro nazionale di Roberto Vannacci soffia sul fuoco invitando il centrodestra a "metterci la faccia". Non è un caso, insomma, che ieri la legge elettorale sia arrivata all'esame dell'Aula senza che nelle settimane precedenti la commissione Affari costituzionali avesse mai affrontato la questione.
Il tema resta infatti divisivo, oltre che tecnicamente complesso. E questo nonostante le parole di Galeazzo Bignami che ieri, ospite di SkyTg24, ha provato a smussare. "Insieme agli alleati - ha detto il capogruppo di Fdi alla Camera - stiamo cercando di presentare un emendamento unitario, anche magari immaginando delle proposte nuove per consentire agli italiani, come FdI da sempre vuole, di indicare le preferenze". Il che, forse, significa che a via della Scrofa hanno messo da parte l'idea di presentare l'emendamento sulle preferenze in solitaria. Una strada pericolosa, visto che a quel punto l'opposizione sarebbe potuta uscire dall'Aula con il rischio di lasciare la patata bollente alla sola maggioranza. E con Forza Italia e Lega che avevano già fatto sapere che se mai venissero approvate le preferenze al Senato la legge elettorale finirebbe su un binario morto.
Al di là della distanza sul merito, c'è poi un gigantesco problema tecnico. Gli attuali collegi, infatti, sono grandi e soprattutto non adeguati e si creerebbero degli squilibri tecnici, politici e costituzionali. Ci sono collegi, per esempio, che comprendono più di una provincia, spesso di dimensioni diverse. Magari una vale i due terzi degli elettori e l'altra solo un terzo. È chiaro che i candidati della provincia più piccola (e quindi con un bacino elettorale di fatto ridotto) sarebbero di molto svantaggiati in una sfida sulle preferenze. Insomma, introdurle significa rifare l'intera mappa dei collegi di Camera e Senato. E, dunque, sospendere l'iter della riforma al più tardi dopo l'ok della Camera. Con inevitabili ricadute sulla tempistica e con la quasi certezza che a quel punto non si rispetterebbe l'indicazione del Consiglio d'Europa secondo cui intervenire sulle regole del gioco a meno di dodici mesi dal voto mina la fiducia dei cittadini e la parità di condizioni tra le forze politiche.
Insomma, è sulle preferenze che si gioca la vera partita. E non certo sullo scontro in Aula tra maggioranza e opposizione.
Anche perché, ricorda Angelo Rossi, "nelle scorse legislature il Pd e altri partiti di minoranza hanno depositato diverse proposte di legge elettorale con un premio di maggioranza molto più consistenze di quello in discussione oggi". Ragione per cui, aggiunge il relatore della pdl di Fdi, "rispediamo al mittente le accuse di distorsione del processo democratico".