Soldati ceceni e Isis. Il patto del terrore che spaventa Mosca

Il Cremlino è diventato il nemico principale dopo l'intervento armato al fianco di Assad

Soldati ceceni e Isis. Il patto del terrore che spaventa Mosca

Lo scorso anno i servizi russi hanno sventato degli attentati delle bandiere nere a San Pietroburgo e Mosca. Il 17 agosto, vicino alla capitale, due seguaci dello Stato islamico hanno preso d'assalto un posto di blocco della polizia rimanendo uccisi. L'agenzia stampa del Califfato ha rivendicato l'operazione, con tanto di video, dimostrando che nel cuore della Russia sono annidate cellule delle bandiere nere.

La strage della metropolitana a San Pietroburgo è «un attacco terroristico», come ha dichiarato Aleksandr Kurennoi, portavoce della procura russa. Nelle prime ore nessuno si è sbilanciato sulla matrice islamica dell'attentato, ma le piste alternative e ben più deboli sono quelle della criminalità organizzata o degli ultra nazionalisti ucraini, che combattono i filo russi nel Donbass.

Una vendetta jihadista per l'intervento russo in Siria è altamente probabile oltre ad essere stata annunciata più volte dai vertici di Al Qaida e dello Stato islamico. Le due costole del terrore arruolano oltre 7mila volontari provenienti dalle ex repubbliche sovietiche. La metà è composta da musulmani russi e soprattutto caucasici, in particolare ceceni, che sognano di ammazzare il presidente Vladimir Putin, non a caso ieri in visita a San Pietroburgo quando è scoppiato l'ordigno nella metropolitana.

L' aspetto anomalo è il pacco bomba usato nel vagone della metro al posto del più usuale terrorista suicida in nome della guerra santa. Il 12 novembre scorso l'Fsb, il servizio segreto russo erede del Kgb, ha fatto trapelare la notizia di aver sventato due attentati a San Pietroburgo e a Mosca arrestando una decina di terroristi islamici. In gran parte originari del Kirghizistan e del Tajikistan. Da queste due ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale sono partiti quasi mille volontari jihadisti diretti in Siria ed Iraq.

Il 17 agosto due militanti delle bandiere nere si erano scagliati con armi e asce contro un posto di blocco della polizia alle porte di Mosca. Nelle ultime settimane è stata registrata un'impennata degli attacchi di separatisti islamici in Daghestan, una delle province russe confinanti con la Cecenia.

I volontari ceceni sono in prima linea sia in Siria che in Iraq con 4000-5000 uomini. A Mosul guidano l'ultima resistenza delle falangi straniere dello Stato islamico. La rete russa-cecena del Califfato ha creato da tempo cellule per colpire in Europa. Il massacro all'aeroporto di Istanbul del luglio 2016 è stato organizzato dalla costola cecena delle bandiere nere guidata da Akhmad Chataev. Un reduce senza un braccio perduto combattendo i russi nel Caucaso. Chataev era stato «adottato» da Amnesty international prima della sua adesione al Califfato, che gli aveva evitato più volte l'estradizione in Russia. Quando la Corte europea dei diritti dell'uomo si pronunciò contro la consegna a Mosca, Amnesty pubblicò un post ufficiale con l'occhiello (in inglese) «Vittoria». I ceceni continuano a combattere nel Caucaso con l'arma del terrorismo. Lo scorso anno una fazione legata alla Stato islamico ha attaccato mezzi militari russi con trappole esplosive.

Il vero pericolo, però, si annida nei territori conquistati dal Califfato in Medio Oriente con falangi jiahdiste ex sovietiche non solo cecene. Gli uzbechi sono poco più di 900 e hanno giurato fedeltà alla costola di Al Qaida in Siria. I kazaki, stimati in 150, si sono arruolati nel Califfato con le famiglie. Anche da Azerbaijan, Kirghizistan, Tajikistan e Turkmenistan sono arrivati a combattere in Siria in centinaia. Il Cremlino è un nemico mortale dopo l'intervento armato russo al fianco del regime siriano di Bashar Al Assad.

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