l sospetto lo conosciamo. Il vecchio Donald starebbe studiando come cambiare il sistema elettorale e garantirsi una sconfitta meno dolorosa al voto di Midterm. E, chissà, magari anche una revisione costituzionale per garantirsi un terzo mandato. Detto questo fa un po' sorridere la sufficienza con cui i media americani a lui ostili (praticamente tutti) cercano di smontare le rivelazioni d'intelligence sull'operazione che ha permesso ai cinesi di mettere le mani sui dati di 220 milioni di elettori americani.
Ma più delle smentite di Pechino, pronta a liquidare tutto come "pura invenzione", stupisce l'indignazione a senso unico di media come New York Times, Washington Post e Cnn. Un'indignazione che censura la leggerezza con cui Trump parla di un complotto del "deep state", ma sorvola sul silenzio degli apparati d'intelligence Usa sulle infiltrazioni del Dragone.
Ma fa specie anche l'indifferenza davanti alle constatazioni del Presidente sull'evidente anacronismo del sistema elettorale americano. Un sistema che consente ai cittadini di 14 stati (California, Hawaii, Illinois, Maine, Maryland, Massachusetts Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon, Pennsylvania, Vermont e District of Columbia) di presentarsi alle urne senza uno straccio di documento d'identità. Certo non è questo ad aver garantito la vittoria di Joe Biden nel 2020, di sicuro, però, consuetudini del genere - eredità di un sistema elettorale risalente ai primi dell'800 - non aiutano a garantire la regolarità del voto.
Ma ovviamente il problema più serio fra quelli evidenziati da Trump nel discorso di giovedì riguarda le ombre cinesi e lo strano silenzio degli apparati d'intelligence. Un silenzio assai sospetto. Soprattutto se si pensa alle indagini aperte dall'Fbi dopo le voci, mai provate, di interferenze russe per garantire, nel 2016, il primo successo presidenziale di Donald Trump.
Anche perché se una squadra di hacker cinesi ha lavorato per mettere le mani sui dati di 220 milioni di elettori americani non lo ha fatto certo per hobby, ma in base a ordini degli apparati centrali. Gli stessi apparati che - secondo l'interpretazione concordata ai vertici del Direttorato Nazionale, l'organo di coordinamento di tutte le agenzie d'intelligence americane - avrebbero poi scelto di non usare quei dati e di non influenzare il voto americano. Secondo la narrazione svelata da Trump non tutta l'intelligence concordava, però, con quell'interpretazione.
Secondo Nick Porter, un analista incaricato di redigere i rapporti destinati agli esponenti del Congresso, la Cina aveva "probabilmente compiuto sforzi esplorativi di basso livello per minare la campagna di rielezione di Trump attraverso dichiarazioni pubbliche e social media". Pechino insomma nel 2020 puntava sulla sconfitta del bizzoso Trump e sulla vittoria del più prevedibile Biden.
Un punto di vista scomparso da tutte le analisi del successivo quadriennio. Un quadriennio in cui fiorirono però le indiscrezioni sulle "relazioni pericolose" del pargolo presidenziale Hunter Biden con alcune società di stato cinesi.
Prima di tutte la joint venture stretta nel 2017 con la Cefc, un conglomerato del settore energetico che garantì a Biden junior guadagni per quasi 5 milioni di dollari in soli 14 mesi. Forse, insomma, non un oscuro complotto del "deep state", ma un evidente affare di famiglia.
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