Prae Giordan, sacerdote tra gli operai

Sì! Si tratta della storia di un prete.
Però, di un vissuto religioso senza carismi, senza estasi. Di lui non si trovano tracce di mortificazioni, né si sono tramandate reliquie e neppure si sono conservate immaginette sacre.
Solo si sa - da quelle poche testimonianze che siamo riusciti ancora a raccogliere e da alcune esigue note biografiche rintracciate in faldoni parrocchiali - che egli nacque a Sampierdarena il 21 ottobre 1852 e che il 24 ottobre venne battezzato nella Parrocchia di Santa Maria della Cella. Già da fanciullo fa comprendere di essere portato per il sacerdozio. Ne frequenterà con profitto il Minore e il Maggiore Seminario di Genova e riuscendo, nel 1875, a celebrare la sua prima Messa. Inizia a svolgere le funzioni di Diacono e, appena dopo, diventa Curato a San Biagio, un paesino posto in un dorsale del Santuario della Madonna della Guardia. Successivamente è mandato a fare il Parroco a Marsiglia, località dell’entroterra genovese, in Val Bisagno. Infine, si stabilirà nella sua Sampierdarena. Dove divenne fiduciario della Cappella Rolla-Rosazza, che si trovava al termine dell’attuale via Degola, nei pressi del Ponte. E assunse, pure, la responsabilità di Governatore dell’Oratorio della «Morte e Adorazione», un edificio di valore artistico collocato di fronte a via Daste. In questo periodo di tempo è eletto anche Cappellano spirituale dell’Ospedale di Sampierdarena. Tale funzione, la eserciterà per oltre trent’anni.
La sua attività impegnativa di sacerdote che svolse a Sampierdarena - abbiamo potuto constatare con certezza - fu orientata in prevalenza verso chi aveva più bisogno. Don Giordano mai si risparmiò di offrire il suo aiuto a chi aveva fame o necessità di indumenti per ripararsi dal freddo. E altrettanto si prodigherà di procurare a chi glielo chiederà un giaciglio per dormire o un sostegno morale per trovare un lavoro. Lui stesso, di buon mattino, non si faceva scrupoli di bussare alle porte delle fabbriche per fare assumere giovani o capi-famiglia rimasti disoccupati.
Si può affermare che la sua esistenza è racchiusa tutta in queste opere di carità innumerevoli e che vennero svolte sempre con amore. In quei suoi atti di benevolenza emerge una personalità - la sua - tendente ad esporsi senza pretendere, poi, un riscontro qualsiasi di riconoscenza. Perché quello che questo sant’uomo faceva - è stato tramandato in modo unanime - veniva fatto privo di clamori. Quasi volesse agire in silenzio. Come fossero adempimenti dovuti. Che appartenessero al naturale dovere professionale di un sacerdote.
Infatti, la sua, fu una vocazione giusta. Non ingannevole. Una «chiamata» come si dice - vera. All’insegna di Cristo. Percorsa, cercando di imitarlo. Altrimenti, se della sua interiorità non avessimo intuito ciò, risulterebbe persino difficile comprenderlo. E quello di avere portato, la figura di Cristo nella propria mente e nel proprio cuore fin da giovinetto - si è appreso - rimane l’unica sua «ambizione». E, conoscendo ormai gran parte della sua vita, possiamo dedurre che questo «progetto» non subì mai momenti di affievolimento.
Inoltre, il nostro sacerdote, a Sampierdarena non avrebbe avuto bisogno di sottoporsi all’ausilio di alcun cilicio, per ricondursi alle crudezze della realtà.
Qui, il clima economico e politico, tra la fine ’800 e i primi decenni del ’900, appariva dei più problematici; e, dei più incandescenti, di conseguenza, per contrasti e lotte sociali.
Sampierdarena a quell’epoca (che era un Comune autonomo e soltanto nel 1926 sarà incorporata a Genova) subì, nel proprio territorio, una trasformazione radicale. I suoi borghi, formati in antichità soprattutto da pescatori, marinai e contadini e che per secoli erano vissuti, in gran parte, all’ombra del dominio di maestose ed eleganti ville aristocratiche, vennero distrutti.
In pochi decenni - che fanno, appunto, da raccordo tra i due secoli - nel suo suolo si caratterizzò un’altra fisionomia urbanistica. Con l’arrivo anche della ferrovia, che la tagliò a metà orizzontalmente, divenne una delle più strategiche arterie industriali e portuali e non solo per il nostro Paese. Anche per questo sarà denominata, per lo sviluppo impetuoso delle sue fabbriche e dei suoi stabilimenti (per primo si può citare il complesso Ansaldo) la Manchester italiana.
In un paio di fatti, di questo capovolgimento territoriale, fu coinvolto, purtroppo, lo stesso Don Giordano. Sia la Cappella dei Rolla Rosazza, sia l’Oratorio della «Morte e Adorazione» vennero rase al suolo. Uno per l’ampiamento dell’Ansaldo, l’altro per fare spazio alla nuova strada di via Antonio Cantore.
Se di Don Giordano volessimo ripercorrere il suo itinerario, che ogni giorno avrebbe dovuto compiere alternandosi tra la Chiesa Maggiore della Cella, dove alloggiava, con le altre mete di culto - ne abbiamo accennato - in cui avrebbe svolto il suo esercizio spirituale (in ultimo si era aggiunta anche la Chiesetta di San Martino nella Pieve della Palmetta, oggi nei pressi di via Fillak, che verrà distrutta nel 1942 da un bombardamento aereo) potremmo affermare, di certo, che tali luoghi, qualche lustro prima, li avrebbe potuti raggiungere costeggiando agevolmente viali alberati, orti e campi coltivati di ortaggi odorosi. Invece, adesso, quel suo peregrinare per contrade di Sampierdarena, non sarebbe stato più così ameno. Gli spostamenti sarebbero stati fatti camminando in stradoni polverosi. Fiancheggiati da muri grigi e da alte cancellate che cintavano, come fossero penitenziari, ambienti dove si lavorava.
In quel percorso avrebbe dovuto superare opifici fragorosi, sbarramenti che delimitavano capannoni e magazzini di mercanzia. O dove venivano segnalati passaggi pericolosi di vagoni ferroviari manovrati da locomotive a carbone, oppure da un via vai di carri trainati da robusti cavalli.
Don Giordano non avrà potuto nemmeno più assaporare, strada facendo, quel profumo d’erba tagliata, per farne fieno, che dalla collina di Belvedere, arrivava a fondo valle. Oltre alle esalazioni dei prodotti chimici che inquinavano l’aria, anche il cielo, a volte, si oscurava per i fumi nerastri che fuori-uscivano da grappoli di ciminiere che si ergevano come emblemi di sfida. Era come volessero dimostrare la loro supremazia nei confronti dei campanili delle Chiese circostanti, ormai, testimoni di comunità rurali in fase di lenta agonia.
E, in quel cammino impervio che doveva compiere quotidianamente, sia che piovesse o che brillasse il sole, non fu mai solo.
Quelle strade avrebbe dovuto percorrerle, quasi obbligato, in mezzo a file di lavoratori di ogni età che dovevano entrare o viceversa uscire dai loro turni di lavoro.
Presumo, che fu a causa della situazione in cui si venne a trovare, quella di essere, appunto, mescolato e in modo costante in una fiumana di uomini e donne (anch’esse occupate in diverse lavorazioni manifatturiere), che Don Giordano apprese e capì della condizione reale in cui gli operai erano costretti a sopravvivere... E data la sensibilità che il nostro sacerdote possedeva, tali incontri non avrebbero tardato di tramutarsi da ostili, in rapporti, piano piano, di rispetto e in seguito anche di affetto.
Spiegata così, può dare l’impressione che la situazione si sia svolta, in un’atmosfera approssimativa di tolleranza. Ma, non lo fu. In quegli anni essere accettato in un ambiente tipico operaio - specie per un prete - non poteva che essere considerato un avvenimento di rarità. Anzi, una eccezione.
«Prae Giordan» dovette conquistarsi la fiducia di quel mondo, con un tirocinio arduo. Fatto di diffidenze. Dove non sarebbero mancate imprecazioni e minacce. E subendo, a volte, qualche spintone. In seguito i comportamenti astiosi sarebbero diminuiti. Si capì che quel prete non aveva avuto timore di sporcarsi - stando assieme a loro - la tonaca. La sua presenza non venne più considerata formale o di approccio ambiguo. E, superati i pregiudizi peggiori, «Prae Giordan» non avrebbe tardato di portare con sé, tenendola a tracolla e sotto la mantella per non renderla troppo in evidenza, un bisaccia con del cibo e qualche sigarino. Non gli era sfuggito che non tutti potevano procurarsi da mangiare a sufficienza. Figuriamoci, poi, potersi fumare un sigaro tutto intero. Sarebbe stato un lusso. Fu considerato uno di loro. E venne anche protetto fisicamente, in momenti di maggiore tensione politica che non mancarono, da qualche atto incauto.
Negli anni che stanno a ridosso pressapoco del Primo Conflitto Mondiale, l’anticlericalismo che si manifestava a Sampierdarena con particolare accentuazione in non poche Associazioni operaie e in organizzazioni dell’Anarco-sindacalismo (il Partito Socialista nacque nel 1892), vantava l’origine nel Risorgimento. E, Genova ne fu, per l’eco delle idee di Mazzini e di Garibaldi mantenuto sempre vivo, una delle città più rappresentative.
Un esempio significativo per comprendere quel clima politico.
L’unico religioso a cui le Autorità Amministrative del Comune di Sampierdarena concessero il permesso per recarsi liberamente presso l’Ospedale di corso Scassi, per svolgere in qualità di Cappellano l’assistenza agli ammalati, fu a Don Giordano. A tutti gli altri, suore o monsignori che fossero, vietarono l’ingresso.
Perché si era diffusa simile avversità per la Chiesa?
Alla Chiesa mancò - detta in breve - e di conseguenza mancò ai cattolici italiani un’attitudine critica. Invece di spaventarsi per le ideologie che imperversavano, rinchiudendosi nelle sacrestie, aggrappandosi stretti alla conservazione, la Chiesa avrebbe dovuto promuovere un’analisi storica e culturale per capire quello che, nel corso degli anni era effettivamente accaduto e che stava avvenendo.
La Chiesa fu priva di una visione concreta. Le sfuggivano gli avvenimenti politici e civili nuovi che investivano l’Europa e l’Italia. Con l’Enciclica «Rerum novarum» (in cui vennero affrontate le condizioni economiche e sociali degli operai) emanata nel 1881, da Papa Leone XIII, si cercò di recuperare. Ma, il processo di rinnovamento fu contraddittorio, macchinoso... Infine, continuò a perpetuarsi il limite. Ancora, decenni dopo, Don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito Popolare dei Cattolici (1919), da dove nascerà la futura Democrazia Cristiana, ebbe il coraggio e l’intelligenza di suggerire idee che avrebbero potuto mettere al passo, con i tempi, il movimento cattolico: purtroppo rimase una posizione isolata.
Osteggiato dalle gerarchie del Vaticano e minacciato dal Fascismo, Don Luigi Sturzo dovette fuggire dall’Italia.
Abbiamo avuto modo di constatare che Don Giordano rimane, nello scacchiere ecclesiastico, una figura straordinaria. Anche se non ci è sfuggito che l’apprezzamento è stato fatto all’interno di un microcosmo - quello di Sampierdarena - rispetto alla Storia della Chiesa in generale (in cui non vi è, ovviamente, cenno alcuno), supponiamo di non esserci ugualmente sbagliati.
A nostro favore abbiamo potuto leggere, consultando la Rivista Diocesana del tempo trascorso, che il frate Cappuccino, Padre Agostino Gemelli, il fondatore dell’Università Cattolica di Milano (1921), in una Conferenza tenuta negli anni ’30 a Genova, nella Cattedrale di San Lorenzo, non si risparmiò - lui un luminare cattedratico e importante uomo di Chiesa - di sottolineare, e indicandolo come un esempio da imitare, l’apostolato svolto dal reverendo Don Giordano a Sampierdarena, tra gli operai. Di cui la Chiesa tutta doveva trarne la dovuta lezione.
Quando, il 26 gennaio del 1941, nonostante fossimo nel clima della Seconda Guerra Mondiale, si tennero i funerali di «Prae Giordan», da alcuni anni infermo all’Ospedale di Sampierdarena, ci fu dietro al feretro una apoteosi di popolo. Mai, in un funerale - come i giornali di allora riportarono - si contò tanta folla del genere.
E, nell’orazione funebre che venne celebrata nella Chiesa di Santa Maria della Cella, il Parroco G.B. Raffetto raccontò che, qualche giorno prima di morire «Prae Giordan» gli disse, con dolcezza d’animo, che la suora, forse prendendolo a ben volere, gli aveva fatto cambiare la camicia da letto. E che aveva provato stupore constatando che l’indumento era bianco e pulito. E privo di rammendi e di rappezzi. E che una camicia di quel tipo non l’aveva, prima d’ora, mai indossata.
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