Proposta choc: la vita delle balene vada all’asta

Proposta choc: la vita delle balene vada all’asta

Moby Dick è sotto assedio: la sua pelle lucida, guizzante, la pelle della regina indiscussa dei mari, vale un vero patrimonio. Per i commercianti giapponesi, 27 euro al chilo la balena dell’Antartico, e circa 900 quella pescata a largo delle coste del Giappone. Nell’Antartico, almeno, non si pesca più: l’organizzazione di Sea Shepherd ha costretto il Sol Levante a capitolare, in queste acque. Cessare completamente la mattanza delle balene? Magari. L’Australia lo chiede a suon di azioni legali presso la Corte Internazionale di Giustizia. Ma se la caccia al mammifero d’acqua più affascinante del pianeta è vietata a scopi commerciali dal 1986, diventa perfettamente a norma di legge quando lo scopo ufficiale è la ricerca scientifica. È così che le baleniere nipponiche continuano a navigare per mare aperto, nel nord-ovest del Pacifico, con obiettivi sempre più ambiziosi (il culmine è una spedizione partita solo lo scorso dicembre) per esplorare gli stomaci e il prezioso Dna di 900 cetacei.
Una pratica, braccare Moby Dick, che piace anche alla Norvegia e all’Islanda. Ma cosa ci si potrà inventare perché questa caccia diventi uno «sport» meno agevole e gradito? Tre scienziati della rivista Nature avanzano una proposta singolare. Si potrebbe applicare una quota, un vero e proprio prezzo agli esemplari esposti al rischio della cattura: i balenieri faranno la loro offerta, ma altrettanto potranno tentare i «conservazionisti». L’animale si salverà a seconda di quale concorrente all’asta farà l’offerta più alta: le quote sarebbero regolarmente vendute e acquistate, stabilendo un mercato a cavallo tra economia, ecologia e interesse sociale, basato sia sulle balene che sui loro parenti più stretti. E poiché gli attivisti impegnati per la protezione delle balene farebbero delle offerte ghiottissime, i cacciatori potrebbero trarre un buon profitto senza la necessità di uccidere. I Paesi abilitati alla tratta? Certamente gli Stati membri della International Whaling Commission (Commissione Internazionale per la caccia alle balene): il numero degli animali uccisi dipenderebbe da chi, alla fine della fiera, possiederebbe le azioni.
«Un crudele mercato di schiavi» hanno commentato gli animalisti sul web. La sovrana dell’oceano, il sottomarino col cuore che batte e il cervello più umano di tutto il mondo subacqueo, sarebbe imbrigliato in una contesa tra azionisti pro e contro la caccia: pro e contro l’estinzione. Durissime le organizzazioni per la difesa della fauna: l’International fund for animal welfare tuona: «Simili professori potrebbero arrivare a soluzioni, molto, molto migliori di questa. Dare respiro economico a un mercato che sta morendo così in fretta è un’idea talmente sciocca da toglierlo a noi, il respiro». Eppure qualcosa tocca inventarsela. Non ha funzionato la proposta degli Stati Uniti di legalizzare la caccia in alcuni Paesi, con un trattato globale che contenesse il numero delle catture. Per Greenpeace, «la caccia a norma di legge e quella illegale sarebbero complicatissime da distinguere».
Sono trascorsi vent’anni da quando, tra canili e gattili di tutto il mondo, 17 milioni di animali domestici venivano soppressi ogni anno.

«Li uccidiamo per salvarli» era il mantra. Ma c’è chi pensa che, tra frizioni internazionali, interessi economici e, chissà, «brainstorming» diplomatico, un’idea vincente potrebbe essere quella di sempre: la difesa della vita.

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