Le ragazze di Maria Lazar (1895-1948) - Grete, Anette, Ulla e la voce narrante, anonima, che racconta le loro vicende, oltre all'Estranea, che ogni tanto appare misteriosamente - vivono a Vienna o giù di lì negli anni Venti, ma c'è poco di glorioso e di ruggente nelle loro esistenze. Sono giovani, frequentano la scuola insieme, crescono insieme e attraversano dolori, "vergogne", umiliazioni, fuochi d'amore e, soprattutto, una continua ricerca della propria identità. È l'epoca, per la protagonista, in cui "le altre" sono tutto, e allora eccola che cerca un "segreto" da confessare ad Anette: "Un segreto! Dove lo si va a pescare, quando è mezzogiorno, i tram sferragliano e l'aria è grigia di polvere?". Eppure un segreto è necessario come quell'aria grigia a questa ragazza, così dispersa nel mondo da narrarsi come Quattro volte me, il titolo che Adelphi (pagg. 186, euro 19) ha scelto per la versione italiana di quest'opera dimenticata di Lazar, rimasta nascosta per sessant'anni in un baule in Inghilterra. Lazar, ebrea viennese, figlia dell'alta borghesia, riuscì a fuggire sull'isola danese di Thuro con Brecht e poi in Svezia, a difendere la biblioteca di Banjamin dai nazisti ma non a eludere il proprio destino: censurata in patria, malata, si uccise nel 1948.
Quattro volte me è un inno alla scrittura: "Se falliscono gli specchi, le vetrine e le sfere di cristallo, le boccette d'inchiostro levigate e i tavoli lustri, forse aiuterà la parola, la parola scritta. Com'è che si dice: e la parola si fece carne... Ogni matita con cui scrivo dev'essere un'arma".
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